Se Pier Luigi Bersani non fosse ormai l’ombra del leader politico lucido, concreto, determinato che avevamo conosciuto non dico tanti anni fa, quando esercitava il mandato di presidente della Regione Emilia-Romagna e, poi, quello di ministro dello Sviluppo economico, nel secondo governo Prodi, conseguendo lusinghieri risultati, ma anche sei mesi or sono, allorché accettava e vinceva la sfida con Matteo Renzi, per la leadership all’interno del Partito democratico, non avrebbe commesso i molti errori che è andato collezionando all’indomani delle elezioni politiche del 24 febbraio.
Dalla sua ha, certamente, l’attenuante del fortissimo senso di delusione, forse addirittura di rabbia, per il recente risultato del voto che avrebbe dovuto premiare la sua coalizione e che, invece, si è rivelato molto inferiore alle attese.
Ma questo lo giustifica soltanto in parte.
I grandi leader politici si rivelano per tali soltanto nei momenti difficili, soltanto se con sano realismo sono capaci d’interpretare i fatti contingenti, la loro dinamica di sviluppo, riuscendo ad attenuare i danni dei possibili rovesci e, magari, a trarne addirittura dei vantaggi.
Se Bersani non avesse perduto molto della sua lucida concretezza, all’indomani del voto di febbraio non si sarebbe mai lanciato, per alcune settimane, all’inseguimento del Movimento 5 stelle, un movimento antisistema che, esprimendosi con il linguaggio violento, volgare, truculento del suo leader maximo e, conformandosi ciecamente ai suoi capricciosi vaneggiamenti, ha già fatto comprendere quali siano i rischi che corre oggi la democrazia italiana.
In altri termini, bene ha fatto Pier Luigi Bersani a verificare quale apertura di credito potesse accordarsi al movimento fondato da Beppe Grillo, ma del tutto ingiustificata è la sua decisione di ostinarsi in un vuoto corteggiamento, ricevendone in cambio insulti a gran voce.
Se Bersani fosse stato capace di leggere compiutamente il risultato elettorale, si sarebbe subito reso ben conto che l’unica seria alternativa alla fine traumatica della legislatura, peraltro non immediatamente praticabile fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica, era quella di un accordo chiaro ed onesto sulle poche cose da fare subito ( riforma della legge elettorale, iniziative significative per ridurre i costi della politica, misure urgenti per il rilancio dell’economia e il contrasto efficace alla disoccupazione crescente ), offrendo anche qualche seria garanzia sulle candidature per gli incarichi istituzionali di vertice della Repubblica ( elezione del capo dello Stato, presidenza delle due Camere ).
Appena avutane l’occasione, egli ha fatto esattamente il contrario.
Non solo ha dichiararato che non si sarebbe mai alleato con gli “impresentabili” parlamentari del Popolo della libertà, mostrandosi sempre vago sulle garanzie da dare in merito alla carica quirinalizia, ma ha voluto addirittura forzare la mano, ricorrendo, per il rinnovo delle cariche presidenziali nelle due Camere, ad una spregiudicata operazione di forza, degna di miglior causa.
Non basta.
In una situazione altamente drammatica sotto il profilo economico-sociale, Pier Luigi Bersani non avrebbe dovuto mai commettere l’errore di considerare punti assolutamente prioritari del suo programma di governo la revisione della legge sul conflitto degli interessi, la riforma della legge sul falso in bilancio, la rivisitazione integrale della regolamentazione del sistema radiotelevisivo, anziché quelli sopra ricordati.
Soprattutto, non avrebbe dovuto consentire, e per certi aspetti si sarebbe dovuto risparmiare lui stesso, d’ipotizzare come scontato il sostegno del suo partito ad una annunciata iniziativa, diretta alla pronuncia d’ineleggibilità del leader dello schieramento di centro-destra, eletto con larghissimo suffragio già altre cinque volte in passato, o, addirittura, che un suo stretto collaboratore, Maurizio Migliavacca, si precipitasse ad anticipare il voto favorevole del Partito democratico in occasione di una eventuale richiesta di arresto dello stesso Silvio Berlusconi, collegata ad un’iniziativa giudiziaria, successivamente ridimensionata dal giudice delle indagini preliminari.
Infine, non avrebbe sprecato tanto del suo tempo in consultazioni del tutto prive di un apprezzabile rilievo politico, ricevendo esponenti di rispettabili associazioni ed anche privati cittadini che non si sa quale utile contributo di conoscenza abbiano potuto garantirgli ai fini della costituzione di una valida ed omogenea maggioranza parlamentare.
Date queste premesse, era quindi inevitabile che l’effetto complessivo delle consultazioni che per sei giorni hanno visto impegnato Pier Luigi Bersani risultasse tutt’altro che risolutivo ai fini della individuazione, nel Senato della Repubblica ove lo schieramento politico che lo ha schierato come leader non è autosufficiente, di una certa maggioranza parlamentare a sostegno di un Governo da lui guidato.
Nel prendere atto di tale situazione, di sostanziale stallo nei rapporti fra le diverse forze politiche, dopo aver avuto conferma della loro attuale incapacità d’individuare la via di una possibile intesa, attraverso ulteriori, rapide consultazioni personalmente tenute, il presidente della Repubblica ha ritenuto opportuno assumere l’iniziativa della costituzione di due distinte e ristrette commissioni di saggi ed esperti cui affidare il compito di elaborare, entro un termine breve ( quindici giorni ), precise proposte programmatiche sui principali temi istituzionali e in materia economica.
La speranza di Giorgio Napolitano è che ciò possa risultare utile a facilitare l’individuazione di un percorso politico, finora rivelatosi impraticabile, anche se egli stesso non ha nascosto il timore che ciò possa risultare fruttuoso solo in prospettiva futura.
Nel contempo, ha voluto sottolineare una duplice, importante circostanza, anzituto il fatto che egli continuerà ad esercitare il suo mandato fino all’ultimo giorno utile, poi l’altro, non meno rilevante, che l’Italia, sia pure per l’ordinaria amministrazione, continua ad avere un Governo, quello guidato da Mario Monti, peraltro mai sfiduciato in Parlamento.
Nei giorni prossimi si capirà meglio il senso dell’esternazione presidenziale e dell’iniziativa da lui assunta.
Per ora gli va riconosciuto il grande merito di aver saputo onorare fino in fondo l’altissima funzione che la Costituzione gli riconosce.