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Credo non sia esagerato definire storico il discorso tenuto oggi da Giorgio Napolitano avanti al Parlamento riunito in seduta comune per raccoglierne il giuramento di rito, a seguito della sua rielezione a presidente della Repubblica.

Storico non soltanto per il drammatico contesto istituzionale e politico in cui tale elezione aveva preso corpo appena due giorni fa, ma anche per i suoi contenuti e il tono particolarmente severo e solenne che ne hanno contrassegnato i diversi passaggi.

Il capo dello Stato ha spiegato anzitutto i motivi che lo hanno indotto ad accettare il gravoso compito, sgombrando il campo da ogni fuorviante ricostruzione dietrologica degli eventi via via succedutisi, sulla quale, nei giorni scorsi,  si erano esercitati taluni faziosi analisti e, soprattutto, quegli esponenti politici che con la soluzione positiva della difficile crisi hanno visto venir meno i presupposti del successo dei loro velleitari progetti.

Giorgio Napolitano è stato, poi, particolarmente efficace allorquando, nel ricordare che dalle elezioni del 24 e 25 febbraio non è scaturita in seno al Parlamento, cioè a dire in entrambe le Camere legislative, una maggioranza partitica autosufficiente, ha evidenziato che, da troppi anni a questa parte, è una peculiarità italiana, quasi ”un segno di regressione”, l’orrore costantemente manifestato per qualsiasi forma di alleanza, intesa, mediazione o convergenza fra forze politiche distanti e diverse sul terreno delle cose da farsi. 

Duro e perentorio è stato il tono da lui usato nel condannare ogni tentativo di contrapposizione fra il Parlamento e la piazza, così come la tendenza a considerare la cosiddetta democrazia della “rete” qualitativamente migliore della democrazia dei partiti, fermo restando che la condanna delle demolitorie campagne di opinione, oggi tanto di moda in Italia, non deve suonare per le forze politiche, per tutte le forze politiche, come opportunità autoassolutoria per le troppe omissioni che ad esse vanno, invece, imputate per l’inattuato efficace contrasto della corruzione pubblica e il mancato avvio del processo delle attese riforme, prima fra tutte quella della vigente legge elettorale.

Nel sottolineare che si attende da loro l’assunzione di responsabilità richiesta dalla gravità del momento storico attraversato dal nostro Paese, il presidente Napolitano ha ammonito le stesse forze politiche che, se dovessero manifestarsi le sordità, i tatticismi, le sterili contrapposizioni del passato, egli non esiterà a trarne le conseguenze avanti al Paese.

Insomma, un discorso di straordinario spessore dialettico, intriso anche di una forte carica emotiva, lucido, appassionato, coinvolgente, che potrebbe rappresentare il momento di svolta per uscire definitivamente dallo stato di crisi in cui è precipitato il nostro Paese. 

Con la rielezione di Giorgio Napolitano si è chiusa bene una vicenda politica che poche ore prima aveva assunto aspetti di alta drammaticità.

La rovinosa caduta delle candidature di Franco Marini e Romano Prodi alla presidenza della Repubblica avevano testimoniato la grave crisi di credibilità del Partito democratico che, scosso al suo interno da conflitti e tensioni come mai in passato esso aveva conosciuto, si era mostrato incapace di tener fede nel segreto dell’urna agli impegni solennemente assunti, fino a determinare le dimissioni del proprio leader Pier Luigi Bersani e di larga parte dei suoi dirigenti.

E tutto ciò accadeva in prosieguo dell’accertata impossibilità di dar vita finalmente ad un governo politico che, solo, avrebbe potuto affrontare i nodi irrisolti della grave crisi economica da cui è travagliato il Paese da almeno due anni, mentre i veleni dell’antipolitica, disseminati a piene mani, finivano con lo sfibrare ancor più il debole tessuto civile della comunità nazionale, facendo intravedere addirittura foschi scenari.

Nel momento in cui Giorgio Napolitano, ben consapevole dei rischi incombenti sulla democrazia italiana, ha avuto il coraggio di rivedere una sua precedente decisione, esponendosi ad un gravoso sacrificio personale che la sua tarda età ben richiedeva gli fosse risparmiato, è doveroso esprimergli la più convinta gratitudine per questa ennesima prova di altissimo senso di rispetto dell’interesse pubblico.

Non si conosce quanto lungo sarà il nuovo mandato. Certo, egli potrà esercitarlo nella pienezza dei poteri che gli era purtroppo mancata nell’ultimo semestre di quello precedente e potrà ancor più far leva sulla sua straordinaria autorevolezza per convincere le riottose forze politiche con le quali è costretto a confrontarsi a trovare la via di un’intesa perché siano assunte le più urgenti decisioni che l’atteso nuovo governo non potrà ulteriormente procrastinare.

Se tutto ciò avverrà, il capo dello Stato potrà almeno godere della soddisfazione di vedere ripagato, almeno in parte, il sacrificio della sua imprevista rielezione.

Sono trascorsi quasi sessanta giorni dalla data delle elezioni politiche che avrebbero dovuto garantire al Paese quella stabilità di governo da troppo tempo inseguita e che per unanime convincimento è la condizione imprescindibile per trarlo finalmente fuori dalle secche della più grave crisi economica che lo abbia mai investito.

Come tutti sanno, l’esito della consultazione popolare è stato tale, invece, da determinare una situazione di sostanziale paralisi, avendo visto le principali forze politiche, il Partito democratico e il Popolo della libertà, fermarsi con i rispettivi alleati poco sopra la soglia del 30%, nel momento in cui faceva irruzione in Parlamento un movimento antisistema, quello dei seguaci della premiata ditta Grillo e Casaleggio, cui, come si è subito capito, non stava a cuore alcun serio progetto di ricostruzione istituzionale e sociale del Paese, bensì uno stato di progressivo, diffuso marasma che solo avrebbe potuto propiziargli ulteriori fortune elettorali.

Per alcune settimane, il povero Pier Luigi Bersani, investito dal presidente della Repubblica dell’incarico di verificare l’esistenza della concreta possibilità di coagulare in Parlamento una maggioranza a sostegno di un governo da lui presieduto, ha tentato di ottenere l’assenso del M5S sulla base di un’articola piattaforma programmatica, ottenendone, però, un netto rifiuto, per di più arricchito da colorite espressioni, prossime all’insulto più volgare.

Esclusa da lui stesso la possibilità di una qualsiasi forma di alleanza con il centrodestra, al povero Bersani, cui il capo dello Stato, prossimo alla fine del suo mandato, non si è sentito in animo di revocare l’incarico conferito, non è restato altro da fare che concentrarsi sul problema della elezione del nuovo presidente della Repubblica, sperando che un auspicabile rasserenamento del clima dei rapporti fra le diverse forze politiche rappresentate in Parlamento potesse finalmente aprirgli la prospettiva dell’agognato ingresso a palazzo Chigi.

Purtroppo, ancora una volta, non aveva fatto bene i suoi calcoli. Soprattutto non aveva compreso quanto grave e profonda fosse la crisi serpeggiante nel suo stesso partito, diviso ormai in plurime conventicole, cui il rumoroso agitarsi del “rottamatore” Matteo Renzi finiva col dare ulteriori spazi di manovra.

Il torbido clima che ha fatto da sfondo alle prime, infruttuose votazioni per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica potrebbe essere l’ulteriore avvisaglia del rischio che la crisi del maggiore partito politico italiano, peraltro premiato dagli elettori con un numero di voti tale da consentirgli di avere una larghissima, autonoma maggioranza alla Camera dei deputati, potrebbe essere la causa di un ulteriore, pericolosissimo aggravarsi della crisi istituzionale dell’intero Paese.

Mentre l’ex comico genovese intima la resa incondizionata dei politici che non la pensano come lui e molti, troppi esponenti della nostra classe dirigente, giornalisti in primo luogo, gli conferiscono una patente di serietà che egli non merita certamente, si è dovuto assistere - credo per la prima volta nella storia ultrasessantennale della Repubblica - al desolante spettacolo di manifestanti scesi in piazza, a due passi da Montecitorio, per contrastare o sostenere questa o quella candidatura alla massima carica dello Stato.

Il candidato che è sembrato godere del più entusiastico favore della folla, il professor Stefano Rodotà, se ne è compiaciuto e ha voluto subito ringraziare i suoi insperati sostenitori.

Poiché egli è un autorevole giurista avrebbe fatto meglio a ricordare loro che la Costituzione vigente non prevede proposte di candidature formulate via web o veicolate in Parlamento attraverso la “piazza”.

Se poi si vuole che sia il popolo a dire direttamente la sua sull’elezione del presidente della Repubblica, non resta che una sola strada ed è quella della investitura diretta da parte del corpo elettorale, di tutto il corpo elettorale, che - va ricordato - è costituito da una cinquantina di milioni di cittadini e non già da poche migliaia di cultori di una fantomatica democrazia informatica.  

     

Se Pier Luigi Bersani non fosse ormai l’ombra del leader politico lucido, concreto, determinato che avevamo conosciuto non dico tanti anni fa, quando esercitava il mandato di presidente della Regione Emilia-Romagna e, poi, quello di ministro dello Sviluppo economico, nel secondo governo Prodi, conseguendo lusinghieri risultati, ma anche sei mesi or sono, allorché accettava e vinceva la sfida con Matteo Renzi, per la leadership all’interno del Partito democratico, non avrebbe commesso i molti errori che è andato collezionando all’indomani delle elezioni politiche del 24 febbraio.

Dalla sua ha, certamente, l’attenuante del fortissimo senso di delusione, forse addirittura di rabbia, per il recente risultato del voto che avrebbe dovuto premiare la sua coalizione e che, invece, si è rivelato molto inferiore alle attese.

Ma questo lo giustifica soltanto in parte.

I grandi leader politici si rivelano per tali soltanto nei momenti difficili, soltanto se con sano realismo sono capaci d’interpretare i fatti contingenti, la loro dinamica di sviluppo, riuscendo ad attenuare i danni dei possibili rovesci e, magari, a trarne addirittura dei vantaggi.

Se Bersani non avesse perduto molto della sua lucida concretezza, all’indomani del voto di febbraio non si sarebbe mai lanciato, per alcune settimane, all’inseguimento del Movimento 5 stelle, un movimento antisistema che, esprimendosi con il linguaggio violento, volgare, truculento del suo leader maximo e, conformandosi ciecamente ai suoi capricciosi vaneggiamenti, ha già fatto comprendere quali siano i rischi che corre oggi la democrazia italiana.

In altri termini, bene ha fatto Pier Luigi Bersani a verificare quale apertura di credito potesse accordarsi al movimento fondato da Beppe Grillo, ma del tutto ingiustificata è la sua decisione di ostinarsi in un vuoto corteggiamento, ricevendone in cambio insulti a gran voce.

Se Bersani fosse stato capace di leggere compiutamente il risultato elettorale, si sarebbe subito reso ben conto che l’unica seria alternativa alla fine traumatica della legislatura, peraltro non immediatamente praticabile fino all’elezione del prossimo presidente della Repubblica, era quella di un accordo chiaro ed onesto sulle poche cose da fare subito ( riforma della legge elettorale, iniziative significative per ridurre i costi della politica, misure urgenti per il rilancio dell’economia e il contrasto efficace alla disoccupazione crescente ), offrendo anche qualche seria garanzia sulle candidature per gli incarichi istituzionali di vertice della Repubblica ( elezione del capo dello Stato, presidenza delle due Camere ).    

Appena avutane l’occasione, egli ha fatto esattamente il contrario.

Non solo ha dichiararato che non si sarebbe mai alleato con gli “impresentabili” parlamentari del Popolo della libertà, mostrandosi sempre vago sulle garanzie da dare in merito alla carica quirinalizia, ma ha voluto addirittura forzare la mano, ricorrendo, per il rinnovo delle cariche presidenziali nelle due Camere, ad una spregiudicata operazione di forza, degna di miglior causa.    

Non basta.

In una situazione altamente drammatica sotto il profilo economico-sociale, Pier Luigi Bersani non avrebbe dovuto mai commettere l’errore di considerare punti assolutamente prioritari del suo programma di governo la revisione della legge sul conflitto degli interessi, la riforma della legge sul falso in bilancio, la rivisitazione integrale della regolamentazione del sistema radiotelevisivo, anziché quelli sopra ricordati.

Soprattutto, non avrebbe dovuto consentire, e per certi aspetti si sarebbe dovuto risparmiare lui stesso, d’ipotizzare come scontato il sostegno del suo partito ad una annunciata iniziativa, diretta alla pronuncia d’ineleggibilità del leader dello schieramento di centro-destra, eletto con larghissimo suffragio già altre cinque volte in passato, o, addirittura, che un suo stretto collaboratore, Maurizio Migliavacca, si precipitasse ad anticipare il voto favorevole del Partito democratico in occasione di una eventuale richiesta di arresto dello stesso Silvio Berlusconi, collegata ad un’iniziativa giudiziaria, successivamente ridimensionata dal giudice delle indagini preliminari.

Infine, non avrebbe sprecato tanto del suo tempo in consultazioni del tutto prive di un apprezzabile rilievo politico, ricevendo esponenti di rispettabili associazioni ed anche privati cittadini che non si sa quale utile contributo di conoscenza abbiano potuto garantirgli ai fini della costituzione di una valida ed omogenea maggioranza parlamentare.

Date queste premesse, era quindi inevitabile che l’effetto complessivo delle consultazioni che per sei giorni hanno visto impegnato Pier Luigi Bersani risultasse tutt’altro che risolutivo ai fini della individuazione, nel Senato della Repubblica ove lo schieramento politico che lo ha schierato come leader non è autosufficiente, di una certa maggioranza parlamentare a sostegno di un Governo da lui guidato.

Nel prendere atto di tale situazione, di sostanziale stallo nei rapporti fra le diverse forze politiche, dopo aver avuto conferma della loro attuale incapacità d’individuare la via di una possibile intesa, attraverso ulteriori, rapide consultazioni personalmente tenute, il presidente della Repubblica ha ritenuto opportuno assumere l’iniziativa della costituzione di due distinte e ristrette commissioni di saggi ed esperti cui affidare il compito di elaborare, entro un termine breve ( quindici giorni ), precise proposte programmatiche sui principali temi istituzionali e in materia economica.

La speranza di Giorgio Napolitano è  che ciò possa risultare utile a facilitare l’individuazione di un percorso politico, finora rivelatosi impraticabile, anche se egli stesso non ha nascosto il timore che ciò possa risultare fruttuoso solo in prospettiva futura.

Nel contempo, ha voluto sottolineare una duplice, importante circostanza, anzituto il fatto che egli continuerà ad esercitare il suo mandato fino all’ultimo giorno utile, poi l’altro, non meno rilevante,  che l’Italia, sia pure per l’ordinaria amministrazione, continua ad avere un Governo, quello guidato da Mario Monti, peraltro mai sfiduciato in Parlamento.

Nei giorni prossimi si capirà meglio il senso dell’esternazione presidenziale e dell’iniziativa da lui assunta. 

Per ora gli va riconosciuto il grande merito di aver saputo onorare fino in fondo l’altissima funzione che la Costituzione gli riconosce.        

 

 

 

 

 

Il presidente della Repubblica inizia domani le consultazioni di rito per verificare se esistano, o meno, le condizioni prescritte per la formazione di un nuovo governo.

Benché Pier Luigi Bersani abbia assicurato che il Partito democratico sarà portatore di una precisa proposta, tutto lascia prevedere che il capo dello Stato dovrà prendere atto che non esistono le condizioni per la formazione di uno stabile governo politico, meno che mai per uno di legislatura.

In effetti, dal momento che il leader della coalizione di sinistra ha fermamente escluso dal novero delle cose possibili l’ipotesi di una maggioranza di governo allargata al Popolo della libertà, egli ha a disposizione una sola carta da giocare, il tentativo di attrarre i voti favorevoli mancanti al Senato dall’ampio bacino dello schieramento grillino, ripetendo la spericolata operazione conclusasi, pochi giorni fa,  con l’elezione del presidente Pietro Grasso.

Lungo tale percorso Bersani si era mosso già all’indomani delle elezioni del 24 febbraio, facendo approvare dalla direzione del suo partito un articolato programma in otto ( o nove ) punti  che, a suo parere, avrebbe dovuto incontrare l’aperto sostegno del M5S, ma riuscendo a guadagnarsi dai massimi esponenti di quel movimento parole di sdegnato rifiuto, al limite dell’insulto.

Incoraggiato dal felice esito dell’operazione di palazzo Madama, il Partito democratico è convinto di poterla ripetere allorquando un eventuale governo Bersani dovesse formarsi e presentarsi alle Camere per chiederne la fiducia.

Si ha l’impressione che venga sottovalutato un particolare non trascurabile. Per superare lo scoglio del voto di fiducia un governo del genere avrebbe bisogno di molti più voti di quanti siano serviti, in sede di ballottaggio, per eleggere il presidente del Senato.

La vetta dei 158 voti richiesti resta molto difficile da raggiungere, anche perché la pattuglia centrista che fa capo a Mario Monti ha già fatto conoscere che non accetterà mai di confluire in uno schieramento di maggioranza ove siano presenti seguaci di Beppe Grillo ed anche la Lega Nord, verso la quale era stato indirizzato dal Partito democratico quello che è apparso più di un segnale di attenzione, ha declinato l’offerta.

Insomma, all’indomani di una consultazione elettorale, il concreto rischio di un non lontano ritorno alle urne.

Come eredità trasmessaci da una legge ( il famigerato porcellum ) che, pessima per tanti aspetti, avrebbe dovuto garantirci almeno la governabilità, dire che si è indignati per averla dovuta subire è forse dire poco.   

Ha un bel dire Mario Monti che, nel tentativo di giustificare la disponibilità da lui apertamente manifestata, nei giorni scorsi, a rivestire la carica di presidente del Senato, ha sostenuto che lo aveva fatto per favorire il raggiungimento di un accordo alto fra le forze politiche, teso ad assicurare la governabilità del Paese.

L’impressione che tutti hanno avuto è stata assolutamente diversa, sembrando debole ed indimostrata l’argomentazione addotta, mentre ampiamente condivisa è risultata la preoccupazione espressa dal capo dello Stato, contrario, per ragioni giuridiche e di mera opportunità, ad avallare l’iniziativa che il premier avrebbe voluto coltivare.

E’ stato facile per il presidente Napolitano eccepire che lasciare l’incarico di premier in una fase politica che fa registrare serie difficoltà nella formazione di un nuovo governo, proprio quando, in qualsiasi momento, potrebbe essere necessaria l’adozione di urgenti iniziative e provvedimenti in materia finanziaria, non sarebbe apparso il massimo dell’avvedutezza.

Il presidente del Consiglio è tornato sull’argomento ancora oggi, mostrando aperto disappunto per aver dovuto subire il niet del capo dello Stato ma non guadagnando consensi a sostegno della sua tesi.

Mario Monti non ha manifestato lungimiranza politica nel decidere la sua partecipazione diretta alla recente competizione elettorale, rivelatasi per lui avara delle attese soddisfazioni e tale, per giunta, da scalfire l’immagine di terzietà con cui aveva iniziato la sua esperienza di governo.

Non è male che egli si imponga qualche limite se ci tiene a conservare il credito di stima che gli è stato finora riservato.

L’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio rappresenta, senza ombra di  dubbio, l’evento più importante della settimana appena trascorsa, di vasta risonanza ben oltre la cinta delle mura leonine, non soltanto perché l’elezione del successore del primo degli Apostoli è di per sé un evento straordinario, ma anche perché, per la prima volta, è stato chiamato a rivestire l’altissima dignità di capo del Cattolicesimo romano un sudamericano, proveniente dall’ordine religioso dei Gesuiti, che, unico nella storia della Chiesa, ha voluto assumere il nome di  Francesco.

Prima della storica elezione non si sapeva molto di lui.

Soltanto i più attenti osservatori ricordavano che egli era stato, contro la sua stessa volontà, fra i protagonisti del precedente conclave. La sua candidatura, sponsorizzata dalla corrente più innovatrice del Collegio cardinalizio, aveva attirato molte simpatie e il voto favorevole di decine di porporati, per poi essere ritirata, allorquando quella di Joseph Ratzinger, che era partita col favore dei pronostici, apparve tanto forte da non incontrare seri ostacoli sulla linea del traguardo.

In patria, nella lontanissima Argentina, il cardinale Bergoglio, già prima della sua nomina ad arcivescovo di Buenos Aires, aveva avuto modo, invece, di farsi conoscere ed apprezzare per il suo tratto cordiale, quel suo modo schietto e diretto di rapportarsi con il prossimo, la simpatia che era capace di suscitare immediatamente.

Da provinciale dei Gesuiti aveva vissuto gli anni drammatici della dittatura militare, vedendosi costretto ad adottare decisioni difficili, ma mai venendo meno ai doveri impostigli dalla propria coscienza.

Giunto a Roma per l’elezione del successore di Benedetto XVI, il cardinale Bergoglio, già nei primi atti di vita quotidiana, ha avuto modo di confermare la sua predilezione per lo stile di vita semplice, colpendo molto - a quanto si è potuto poi sapere - la sensibilità dei suoi confratelli, allorquando, nel corso dei lavori preparatori del conclave, con sapienti parole ha rimarcato l’importanza per la Chiesa contemporanea di riscoprire l’importanza della sua originaria missione evangelica.

Nei primi giorni del suo pontificato Papa Francesco ha mostrato  quanto forte sia in lui tale convincimento, con quanta profonda coerenza egli ispirerà a tali valori il suo stile di governo.

E’ stato scritto che, proveniente da un continente, l’America latina, che fa registrare il più alto numero di battezzatti ( 350 milioni ), ma anche la crescente e sempre più insidiosa presenza di sette e conventicole finanziate dal più spregiudicato protestantesimo nordamericano, da un continente, appunto il Sudamerica,  che è caratterizzato tuttora dalla presenza di masse sterminate di diseredati, Papa Francesco potrà rivelarsi l’uomo della riscossa, della lotta non più rinviabile contro la povertà in quella come in tante altre parti del mondo.

Conoscendone il forte impegno sociale espresso in tutta la sua pregressa azione pastorale, non c’è da dubitare che egli non deluderà le attese e non risparmierà energie nella conduzione della buona battaglia.

Poiché la missione del Pontefice romano non ha orizzonti finiti e i mali che la Chiesa contemporanea è chiamata a fronteggiare sono tanti, anche al suo interno, c’è  da augurare con animo sincero che al Papa ” … venuto quasi dalla fine del mondo … ” possa arridere la fortuna che è stata purtroppo matrigna con il suo predecessore.

 

Ed ora, cosa fare? Cosa fare per dare un governo al Paese, all’indomani delle elezioni politiche del 24 febbraio, dalle quali è scaturito lo sconcertante risultato che uno dei due rami del Parlamento ( il Senato ) è privo di una forza politica di maggioranza, né si intravede la possibilità di costituire una coalizione omogenea fra forze diverse?

E’ pensiero quasi unanime che tocchi allla forza politica di maggioranza relativa, il Partito democratico, che peraltro alla Camera dei deputati dispone di una maggioranza straripante, fare la prima mossa.

Per fare cosa? Non certo per tentare di varare un governo di legislatura, mancandone tutte le condizioni.

Non sarebbe sufficiente, infatti, il solo sostegno del partito del premier uscente Mario Monti, come pure aveva sperato lo stesso Bersani, alla vigilia del voto, allorquando egli  aveva  colto  qualche avvisaglia di una vittoria non corrispondente alle attese.

Non meno praticabile appare, allo stato degli atti, la via di un accordo organico, di legislatura, con il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo che tutto lascia prevedere punta, invece, ad immediate elezioni, sperando che l’aggravarsi della crisi politica ed economica possa fargli da traino per un più ampio, definittivo successo.

Sulla carta, e in condizioni meno drammatiche delle attuali sarebbe anche auspicabile, resterebbe la soluzione di un accordo, alto e nobile, fra il Partito democratico e il centrodestra di Silvio Berlusconi.

Ma vi ostano in maniera determinante due ragioni. La prima è da individuare nella  sorda avversione del partito di Bersani ad ogni forma di collaborazione diretta  con colui che è tuttora visto non come un avversario, bensì come un nemico da abbattere con qualsiasi mezzo, e le ulteriori inchieste giudiziarie che vedono coinvolto il Cavaliere gliene offrono ulteriore motivo di speranza. La seconda, che a me pare ben più seria, è da vedere nel rischio gravissimo che il comico genovese non esiterebbe un momento a denunciare “l’inciucio” e che l’opinione pubblica, sobillata da lui  e dai tanti demagoghi di turno, finirebbe col dargli ragione nelle urne.

Se mancano le condizioni per la formazione di un governo di legislatura, qualche ben più seria possibilità di costituzione di un governo a tempo o di scopo è ragionevole ipotizzare.

Sulla base di un programma limitato che preveda, al primo punto, la riforma elettorale e, poi, la riduzione del numero dei parlamentari e, più in generale, dei costi della politica, qualche misura non più rinviabile a favore dei ceti più disagiati, qualche ulteriore misura diretta a rilanciare l’economia in tutti i settori, per contrastare anche la disoccupazione crescente, un governo siffatto dovrebbe presentarsi in Parlamento, chiedere la fiducia di coloro che abbiano a cuore le sorti del Paese, assicurando nel contempo la propria disponibilità a nuove elezioni, da fissarsi al massimo per il prossimo autunno. 

Benché il comico genovese si sia distinto in questi giorni per la nutrita serie d’insulti e contumelie rivolti verso il Partito democratico, non è da escludere che qualcuno, nel suo movimento, riesca a fermarlo e farlo ragionare.

Mi sembra possibile, in pari tempo, che il Popolo della libertà, alla luce del sole e senza dare atto ad alcun sospetto, non debba nutrire esitazione alcuna nel far convergere i propri voti su quel limitato e qualificato programma che ho succintamente indicato.

Saranno poi gli elettori tutti, da motivare e mobilitare più di quanto si sia fatto di recente, a decidere se è nel loro interesse darsi un governo duraturo e credibile, o, invece, affidare i propri destini ad un attor comico, disposto a distruggere tutto, pur di appagare la propria illimitata vanità.

 

 

Mentre è ancora in bilico il risultato definitivo dello scrutinio delle schede per l’elezione del Senato della Repubblica, che vede, per ora,  lo schieramento di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi prevalere su ogni altro, ma ben lontano dall’ottenere la maggioranza dei seggi, alla Camera dei deputati poco più di duecentomila voti lo dividono dalla coalizione di centrosinistra, guidata da Pier Luigi Bersani, che in caso di vittoria, anche per un solo voto, otterrebbe comunque un’ampia maggioranza.

Al di là di ogni previsione, attestandosi intorno al 25%, appare già il risultato ottenuto dal Movimento 5 stelle in entrambe le Camere, mentre del tutto deludente, risultando molto inferiore alle attese, si va rivelando quello conseguito da Scelta civica con Monti per l’Italia, aggravato dalle pessime performance dei partiti alleati di Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini.

In tale situazione, gravida di evidenti, gravi rischi per la governabilità del Paese, sono francamente incomprensibili i motivi che hanno indotto il presidente del Consiglio a considerare soddisfacente il risultato ottenuto, considerato anche che ad essere premiati dal voto sono proprio i movimenti guidati dal Silvio Berlusconi e Beppe Grillo, che egli aveva invitato espressamente a non votare.

Sulla base dei risultati elettorali fin qui noti, appare difficilmente contestabile che, se Mario Monti non avesse commesso la grave imprudenza di partecipare direttamente alla campagna elettorale, quella che si va delineando è la classica situazione di emergenza politica che avrebbe potuto giustificare la prosecuzione della sua esperienza governativa, per affrontare almeno i più gravi, incombenti problemi del nostro Paese. Eventualià che, per tutto ciò che è avvenuto nelle scorse settimane, è divenuta altamente improbabile.        

La campagna elettorale che si è appena conclusa sarà ricordata come una delle peggiori che si siano svolte in Italia da molti anni a questa parte.

C’erano, d’altra parte, tutte le condizioni perché così fosse, non soltanto perché mai come nei periodi di crisi economica le pulsioni demagogiche prendono il sopravvento sul costruttivo confronto delle idee, ma anche perché l’evidente incapacità del sistema politico di autoriformarsi, o di por mano, quanto meno, ad una seria riforma della legge elettorale per il rinnovo del Parlamento, ha fortemente indebolito la spinta bipolare che si era andata manifestando nel Paese, a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, ridando spazio e fiato alle tentazioni di un esasperato protagonismo politico.

Naturale conseguenza ne sono stati  sia il preoccupante proliferare di liste e movimenti, anche per iniziativa di persone dalle quali, per il ruolo pubblico fin lì svolto, ci si sarebbe aspettata una posizione di distacco dalla competizione elettorale, sia l’evidente tentazione degli italiani, oggi più forte che mai, a votare  contro qualcuno piuttosto che per qualcosa.

Se a tutto ciò aggiungiamo fattori esterni ( quali i gravi scandali pubblici e gli incredibili sviluppi delle inchieste giudiziarie che ne sono seguite, le continue e fastidiosissime interferenze di esponenti politici ed ambienti giornalistici stranieri ) che, a poche settimane dal voto, mai, in passato, si erano andati manifestando con tanta frequenza, il quadro diventa più completo ed ancor più forte appare il rischio che il voto degli italiani non riesca a sottrarsi ai condizionamenti emotivi che scarso rilievo dovrebbero avere quando si è chiamati a decidere del futuro del proprio Paese.

Non deve meravigliare che in tale situazione sembri trovarsi sulla cresta dell’onda, venendo accreditato di un largo successo elettorale,  il movimento che fa capo al comico genovese Beppe Grillo, un movimento che nulla ha di politico e che si è colpevolmente lasciato crescere, addirittura vezzeggiandolo nei tempi lontani dell’esordio, considerandolo quasi espressione autentica della società civile, addirittura della parte migliore della società civile.

E sì che fin da allora egli aveva fatto del turpiloquo la cifra dominante del suo parlare in pubblico, dell’insulto rivolto a destra e a manca il segno distintivo delle sue esibizioni nelle piazze d’Italia, avanti a folle plaudenti, della peggiore demagogia  il modulo prediletto della sua tecnica comunicativa. Lo si poteva rilevare facilmente ma si preferì far finta di niente, anzi di strumentalizzare il fenomeno, ritenuto utile ai fini della lotta politica.

Oggi, ci si preoccupa e si nutre forte timore per una possibile, forte presenza dello schieramento grillino in Parlamento.

Se non ci fossero altri, ben solidi motivi per non orientare la propria opzione di voto verso le liste del comico genovese, basti il dire che gli altri, i suoi competitori, possono avere tutti i possibili difetti, ma non hanno  esitato ad esporsi e a metterci la faccia, bella o brutta che sia. Egli non ha fatto altrettanto ed è sempre buona norma diffidare di chi manda avanti gli altri, si sottrae sistematicamente al confronto dialettico, pretende infine di accreditarsi come apostolo di un’improbabile rigenerazione morale del Paese, senza avere idonei titoli per esserlo. 

Forse non conosceremo mai i motivi veri che hanno indotto Benedetto XVI a rassegnare oggi le sue dimissioni dal Pontificato.

Se ne possono ipotizzare alcuni ( l’età avanzata, il declino delle energie fisiche, il timore di non poter affrontare nella pienezza del vigore di un tempo i gravosi problemi che la Chiesa è costretta ad affrontare nell’era contemporanea ) ed egli stesso ne ha fatto ampio cenno nell’annuncio delle sue dimissioni.

Ma ce ne sono altri, più difficili da scrutare e che il Papa ha avuto ritrosia, quasi pudore ad evidenziare.

Innanzi tutto, la consapevolezza che, nonostante i suoi sforzi generosi, il messaggio evangelico incontra crescente difficoltà ad essere assimilato dalle società secolarizzate del tempo presente, forse anche per l’inadeguatezza del linguaggio utilizzato da tanti uomini di Chiesa. Di qui la necessità  di un punto di svolta, di una scossa  che un nuovo Pontificato potrebbe innescare, anche perché più libero di muoversi lungo un percorso finora inesplorato.

E, poi, il dolore profondo che ha provocato nel suo animo l’esplosione di scandali gravissimi come quello dei preti pedofili che egli ha combattuto come mai era avvenuto in precedenza e che pure una polemica  faziosa non ha esitato ad addebitargli come colpa.  

E la delusione, altrettanto forte, per il comportamento di alcuni uomini a lui vicini, rimasti coinvolti in oscure vicende, dagli incommendevoli  maneggi nell’amministrazione delle finanze del Vaticano al trafugamento di riservati documenti, divenuti oggetto di pubblica divulgazione. Così come l’aperto manifestarsi di sordi contrasti fra le stesse mura dei sacri palazzi.

Un Pontificato non facile quello di Benedetto XVI che egli ha servito, tuttavia, con eccezionale spirito di servizio di cui ha voluto dare ulteriore prova con la clamorosa decisione annunciata quest’oggi.

Mentre Piazza Affari, in meno di sette giorni, fa registrare un’altra seduta pesantemente negativa, con i titoli bancari penalizzati più di tutti, la campagna elettorale va scadendo sempre più di tono. I suoi principali protagonisti, anziché far conoscere agli italiani quale progetto di futuro si propongano di attuare per tirar fuori il Paese dallo stato di crisi in cui è precipitato, appaiono impegnati in un’ incessante botta e risposta che poco ha di politico e molto concede alla rumorosità della rissa da cortile.

Toccato sul vivo dalla grave vicenda del Monte dei Paschi di Siena, Pier Luigi Bersani minaccia di sbranare chiunque insinui responsabilità del suo Partito democratico, offrendo il fianco a Beppe Grillo per ricordare che per sbranare occorrono almeno i denti.

Dal suo canto, il comico genovese prestato alla politica ne commette un’altra delle sue, fornendo le coordinate dell’area romana di ubicazione dei palazzi del potere politico come obiettivo di un possibile attacco della Jihad islamica, salvo poi smentirsi ed accrescere ancor più la confusione.  

Antonio Ingroia, ennesimo magistrato entrato in politica, più che impegnato a illustrare il programma del suo movimento ( Rivoluzione civica ), appare assorbito dalla necessità di replicare, colpo su colpo, alle critiche provenienti dai suoi stessi colleghi in toga. 

Ma tutto ciò è ancor poco.

Ringalluzzito dall’andamento delle ultime rilevazioni sulle intenzioni di voto che vedono il Popolo della libertà recuperare molte  delle  posizioni   in  precedenza  perdute,   Silvio  Berlusconi,  parlando  ieri   nella  sua Milano, annuncia  che,  se  il centro-destra dovesse ritornare al governo, come primo provvedimento disporrà l’immediata restituzione agli italiani della somma da ciascuno pagata per l’IMU sulla prima casa nel 2012, indicandone addirittura le modalità, con bonifico sul conto corrente o in contanti alle Poste.

Poiché ne deriverebbe un buco nel bilancio dello Stato di almeno 4 miliardi di euro, il Cavaliere si affretta a dichiarare che le relative risorse finanziarie sarebbero ricavabili dalla tassazione dei depositi bancari e delle attività finanziarie detenuti dai cittadini italiani in Svizzera e, in attesa di conseguirne il relativo gettito, la somma necessaria potrà essere anticipata dalla Cassa Depositi e Prestiti.

A Mario Monti sarebbe bastato obiettare che quella del suo predecessore a palazzo Chigi è soltanto una proposta populistica, priva di valido fondamento, dal momento che di tassazione dei capitali e delle attività finziarie esodati in Svizzera si parla da tempo e finora si è concluso poco o nulla.

Anzi, a giudizio di molti esperti, il giorno in cui un accordo dovesse essere stipulato con le autorità elvetiche, rimarrebbe poco o nulla da tassare, avendo quelle attività preso nel frattempo altra destinazione, in paradisi fiscali più sicuri.

Al Professore quella obiezione non è parsa sufficiente e nei confronti del suo antagonista ha usato espressioni particolarmente dure.

Non ha parlato soltanto di voto di scambio, evocando la figura del comandante Lauro che nella Napoli degli anni Cinquanta del secolo scorso, in campagna elettorale, era solito distribuire agli elettori scarpe e pacchi di pasta, ma ha sostenuto che nell’annuncio di Berlusconi s’intravede un vero e proprio tentativo di corruzione, non escludendo che possano emergere addirittura taluni degli elementi costitutivi del reato di usura.

Al Cavaliere che ha prontamente replicato, dichiarando che non c’è da meravigliarsi di quelle più recenti, visto che di stupidaggini dal Professore se ne sono sentite già tante, quest’ultimo ha poi puntualizzato che l’IMU è stata introdotta dal Governo tecnico per tappare i buchi lasciati dal precedente Esecutivo nel bilancio dello Stato.

Orbene, dispiace ma non c’è da meravigliarsi più di tanto che il confronto politico sia disceso a questi livelli.

Una domanda sorge però spontanea.

In tempi non sospetti, quando non era ancora divenuto senatore a vita e nessuno pensava ragionevolmente che potesse essere investito della responsabilità di guida del governo del Paese, sulle colonne del Corriere della Sera il prof. Mario Monti non perdeva occasione per dichiarare che il governo Berlusconi e il suo ministro dell’economia Giulio Tremonti erano da ritenere meritevoli di aver tenuto in ordine i conti dello Stato, negli anni difficili della più pesante crisi economica del secondo dopoguerra.

Poiché egli sembra aver cambiato opinione, una domanda è lecita.

Si tratta sempre della stessa persona, o l’editorialista di ieri è soltanto un suo omonimo?   

Mario Monti è persona troppa avveduta per non sapere che chi di precedente colpisce di precedente perisce.

Eppure, dacché - come ama dire - è salito in politica non perde occasione per rimarcare la responsabilità del governo precedente o, addirittura, di quelli che si sono succeduti da qualche decennio a questa parte, cui sarebbe da imputare la paternità finanche dei provvedimenti elaborati ed entrati in vigore sotto il suo esecutivo.

Al disconoscimento della paternità non è sfuggito il cosiddetto “redditometro” che il presidente del Consiglio ha equiparato ad una “bomba ad orologeria” lasciatagli in eredità dal Cavaliere.

Ora, a prescindere dal fatto che, nell’attribuire al governo Berlusconi la responsabilità dell’introduzione nell’ordinamento tributario di un così invasivo strumento di contrasto dell’evasione fiscale, equivale a rendere meno credibile l’accusa mossa spesso ai governi di centro-destra di essere stati corrivi, se non complici, con i tanti italiani da sempre insensibili ai doveri tributari, c’è da chiedersi se, ove si sia  trattato  veramente di bomba ad orologeria, non fosse stato  dovere del Professore disinnescarla, come ogni buon artificiere avrebbe fatto. E sì che ne avrebbe avuto tutto il tempo, visto che egli è alla guida del governo nazionale da oltre un anno!

Com’è noto, l’agire dell’uomo, nel bene e nel male, non sfugge mai all’inesorabile legge del tempo. Alla regola non può sottrarsi l’attività di ogni governante, destinata, prima o poi, a diventare precedente rispetto a quella di chi gli succede, finendo col servire da alibi a giustificazione delle inadempienze di quest’ultimo.

Fino a che punto conviene a un uomo pubblico della statura di Mario Monti insistere nel refrain che sembra predigere in queste ultime settimane e che non sembra possa giovargli molto nel giudizio che di lui si è fatta l’opinione pubblica?

P.S. Riferiscono i giornali che, ieri, il capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, il francese Joseph Daul, si sarebbe espresso in termini di forte sostegno alla candidatura di Mario Monti e d’implicito disconoscimento della rappresentanza finora esercitata in Italia  da Silvio Berlusconi.

Se fossi nei panni del Professore, mi preoccuperei non poco, considerato che simili investiture, palesemente inopportune, sono sempre destinate a far perdere voti più che a procurarne.  

Col trascorrere dei giorni mi vado sempre più convincendo che la decisione presa da Mario Monti di partecipazione diretta all’appuntamento elettorale del 24 e 25 febbraio  con liste da lui ispirate o comunque riconducibili alla sua persona non sia stata una scelta felice.

Cambia poco che, anziché scendere in campo, egli sia “salito” in politica, come ha voluto puntualizzare all’indomani della sua fatidica decisione.

Cambia poco che, essendo già senatore a vita, non abbia avuto la necessità di proporsi come candidato ad un posto in una delle due Camere.

Come Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi egli è uno dei tre massimi protagonisti di questa animata vigilia elettorale e, non essendo un politico di professione, si può dire che abbia imparato in fretta le regole e gli stili di comportamento che sono propri del mondo politico, compreso il vezzo di affermare una cosa, accreditarla come verità assoluta, per poi negarla nel giro di qualche giorno.

Si sa, maestro in questo è Silvio Berlusconi, di cui è nota quella che lo stesso Monti ha definito “instabilità valutativa”, ma il Cavaliere è abile nel mascherare l’incostanza del giudizio dietro una messe di parole da stordire e prendere per stanchezza l’interlocutore, mentre un tal modo di fare, anche a motivo dell’asciuttezza dell’eloquio, stride con la  natura del messaggio pedagogico del Professore, che tutti si attendono,  invece, perentorio e irrivedibile.   

Gli esempi non mancano.

Si prenda il caso dell’IMU, l’impopolare imposta sulla proprietà immobiliare.

A Berlusconi che promette di abrogarla sulla prima casa, nel caso in cui dovesse tornare al governo, Monti risponde, in un primo tempo, che chi volesse abolirla sarebbe costretto a ripristinarla, magari appesantita, l’anno successivo. Non passa molto tempo che lo stesso Professore riconosce che, nell’articolazione attuale, l’imposta in questione contiene profili d’iniquità e va certamente rivista. Non perde, inoltre, l’occasione per sottolineare che trattasi di un’imposta introdotta dal governo di centro-destra, trascurando però di ricordare che non ne era stata prevista l’introduzione già dal 2012 e, soprattutto,  che, nell’originaria sua ideazione, essa avrebbe comportato la soppressione di altri tributi locali.

La stessa cosa si è ripetuta a proposito della prospettata esigenza di alleggerimento del complessivo carico fiscale.

A Berlusconi che ancora una volta se ne è fatto sostenitore, ma non ha indicato con la dovuta precisione le fonti di reperimento delle risorse alternative, Mario Monti ha ricordato la favola del Pifferaio magico e dei topini di Hamelin, dimenticando, però, che, la settimana scorsa, proprio lui ne aveva riconosciuto l’ineludibile esigenza, senza essere più esplicito del suo antagonista.

Si dirà che si è in campagna elettorale e tutto si giustifica.

Ma proprio il fatto che la campagna elettorale non può che riservarci queste amenità, e chissà quante altre e ben più gravi potrebbe farci conoscere, avrebbe dovuto indurre il sen. Monti a rimanerne estraneo. Avrebbe, certamente, preservato meglio il profilo tecnico del suo governo e, soprattutto, avrebbe avuto qualche chance in più di guidarne uno futuro, nel caso in cui dalle urne non dovesse sortire un chiaro responso elettorale.   

Mario Monti, nel corso della conferenza stampa che ha fatto seguito allo scioglimento delle Camere legislative e all’indizione dei comizi elettorali per il rinnovo del Parlamento, ha spiegato che il suo non sarà un impegno diretto come candidato alla premiership del Paese, ma che è pronto a dare il suo sostegno a quei partiti che volessero far proprio il suo programma. Nella stessa circostanza ha puntualizzato e, qualche ora più tardi, nel corso della trasmissione televisiva In 1/2 ora di Lucia Annunziata, ha confermato che, se richiesto, è pronto ad accettare l’incarico di guida del governo politico che s’insedierà a palazzo Chigi dopo l’appuntamento elettorale del 24 febbraio.                

Tutto ciò ha detto con parole che lasciano qualche margine di vaghezza, che il sen. Monti si è concesso più per non negligere l’invito del presidente della Repubblica a non contraddire la sua natura di tecnico, alla guida di un governo tecnico, che per sincera convinzione.

Lo ha fatto con toni pacati, senza, però, lasciarsi sfuggire l’occasione per imbastire una serrata polemica nei confronti di chi a destra ( Berlusconi ) e a sinistra ( Nichi Vendola e la CGIL ) ha mostrato di non condividere alcuni aspetti della sua azione di governo e potrebbe domani rappresentare un serio ostacolo a quella che egli ritiene la via più giusta per trarre il Paese dalle angustie del tempo presente.

Lo ha fatto, soprattutto, sulla base di un ragionamento articolato in maniera tale da suscitare l’entusiastica adesione di tutti quei piccoli partiti politici ( dall’Udc di Pier Ferdinando Casini al Fli di Gianfranco Fini ) e movimenti della società civile, primo fra tutti, quello denominato Verso la terza Repubblica, facente capo a Luca Cordero di Montezemolo e al ministro Andrea Riccardi, convinti da tempo che, senza l’autorevole sostegno del Professore, ammesso che la sfida elettorale riservi loro il risultato di  un’adeguata rappresentanza parlamentare, potrebbe, domani, aprirsi comunque la prospettiva dell’irrilevanza politica.  

Quando Monti sostiene che nel linguaggio politico le parole “destra” e “sinistra” non hanno più alcun significato e che egli punta a coagulare intorno alla sua mitica “agenda” consensi provenienti da ogni parte del tradizionale schieramento partitico dice una cosa ovvia, ma non per questo del tutto condivisibile. Non condivisibile se interpretata come invito al più deteriore trasformismo, male antico del nostro Paese, che nella legislatura in via di estinzione ha saputo scrivere alcune delle sue pagine più brutte. Una prospettiva, quella vaticinata dal presidente del Consiglio, anche pericolosa se analizzata alla luce di quanto da tempo auspicato da politici, come Pier Ferdinando Casini, che in cima ai loro pensieri hanno il progetto di superamento dell’attuale bipolarismo e il ritorno ai riti della prima Repubblica.

Come aveva saggiamente auspicato il presidente della Repubblica, anche chi scrive è convinto che Mario Monti avrebbe fatto meglio a preservare la sua figura da ogni polemica che, sicuramente, la sua “salita” sul ring della politica non mancherà di riservargli.

Ha ritenuto di seguire una strada diversa, ma dovrebbe essere persona fin troppo esperta per non sapere che, all’indomani del 24 febbraio, se il destino dovesse richiamarlo alla guida del Paese, il suo compito sarà ancor più difficile di quanto non sia stato nell’anno appena trascorso. E, comunque, gli verrà meno la possibilità d’imputare ai governi precedenti la responsabilità dei mancati successi, soprattutto se  l’uscita dal tunnel della crisi economica risulterà ancora un traguardo lontano, come tutto lascia oggi prevedere.

P.S. Le considerazioni sopra esposte potrebbero risultare ipercritiche e ingiustificate.

Considerato che il Santo Natale è alle porte, chi scrive si augura di aver sbagliato nell’analisi e nella previsione.

In ogni caso, auguri di ogni bene a tutti coloro che abbiano avuto la pazienza di leggerle. 

 

La forma è salva, ma solo quella.

Il premier Mario Monti ha partecipato ieri, a Bruxelles, all’annunciato vertice del Partito popolare europeo, al quale ha preso anche parte Silvio Berlusconi, nella qualità di presidente del Popolo della libertà, che del primo è componente da molti anni.

Pare che l’invito al Professore sia stato rivolto in gran segreto dal presidente del Ppe, Wilfred Martens, desideroso di essere ragguagliato, come molti suoi colleghi, sugli ultimi sviluppi della situazione politica in Italia, ma preoccupato al tempo stesso di non far trapelare nulla della sua iniziativa per evitare che il Cavaliere decidesse di non parteciparvi.

Quasi tutti i maggiori quotidiani, non soltanto italiani, si sono affrettati oggi a precisare che da tutti i leader presenti sono state rivolte al presidente del Consiglio parole di vivissimo apprezzamento per l’attività riformatrice svolta nell’ultimo anno dal suo governo, unitamente all’invito esplicito a candidarsi alle prossime elezioni politiche, per poter continuare nella sua opera, ritenuta essenziale non soltanto per il futuro dell’Italia.

Nel coro degli entusiasti sostenitori del premier italiano si sarebbe distinta la cancelliera tedesca Angela Merkel che si sarebbe poi ripetuta, unitamente ad altri leader, anche  di diverso colore politico, qualche ora più tardi, in occasione dell’atteso incontro dell’Eurogruppo, chiamato a decidere, fra l’altro, sull’organizzazione della supervisione bancaria.

L’entusiasmo per l’investitura europea di Mario Monti è stato grande in molti ambienti italiani, meno che dalle parti di Largo del Nazzareno ( ove ha la propria sede nazionale il Partito democratico ), visto che la partecipazione del Professore alla consultazione elettorale potrebbe sottrarre voti decisivi al proprio leader Pier Luigi Bersani, dato finora per sicuro vincitore.       

I giornali italiani, talvolta con toni ancor più entusiastici, si sono premurati di annotare che, sempre in seno all’assemblea del Partito popolare europeo, è stato intentato un vero e proprio processo contro Silvio Berlusconi, messo sotto accusa e minacciato di espulsione per le sue recenti prese di posizione contro l’Europa e la Germania, in particolare.

Sembra, invece, che le cose siano andate diversamente o che, comunque, il Cavaliere si sia difeso abilmente col dire che la sua più recente linea politica è stata ispirata dal solo intento di rafforzare l’euro e che, inoltre, il ritiro del sostegno parlamentare al governo tecnico non deve essere interpretato come sopravvenuta sfiducia nei confronti della persona del Professore che, anzi, egli auspica voglia accettare di porsi alla guida del fronte dei moderati, in tal caso essendo pronto a ritirare la propria candidatura.

Come si vede, la situazione si va facendo sempre più confusa e, come se non bastassero a renderla tale i protagonisti della politica nazionale, ci si mettono pure i loro colleghi d’Oltralpe.

Anche a questi ultimi andrebbe rivolto un invito alla prudenza. E’ bene ricordino che ogni interferenza negli affari interni produce, quasi sempre, una reazione uguale e contraria. Nella esaltata considerazione del proprio ruolo, loro pensano che i popoli siano sempre disposti ad eseguire i desiderata di chi, a torto o a ragione, viene considerato distante e lontano, mentre sono i problemi e i bisogni, le frustrazioni del tempo presente e le preoccupazioni del futuro, a muovere la mano dell’elettore sulla fatidica scheda.

Piaccia o non piaccia, la fiducia degli italiani in questa Europa  è andata scivolando ancora più in basso di quanto non sia calata la fiducia nelle istituzioni del proprio Paese.

Ed è di questo che dei veri leader, dotati di autentica visione politica, dovrebbero in primo luogo preoccuparsi.    

Che l’ennesima discesa in campo di Silvio Berlusconi, in vista delle elezioni politiche che dovrebbero svolgersi non più con i primi tepori della primavera, bensì nel cuore dell’inverno, avrebbe determinato una forte sovraeccitazione dei toni della polemica politica nel nostro Paese non era difficile da prevedersi.

Che, a poco più di due mesi dall’importante appuntamento elettorale, si dovesse risparmiare agli italiani la riproposizione del canovaccio che dal 1994 in poi ha caratterizzato ogni consultazione popolare che ha visto protagonista il Cavaliere era non soltanto possibile ma anche altamente desiderabile.

Possibile  ed  auspicabile  perché coloro i quali lo hanno sempre e duramente contrastato avrebbero dovuto capire da tempo che confrontarsi sul terreno a lui congeniale dell’uomo solo contro il resto del mondo finisce con il porlo in una condizione di vantaggio, non soltanto per le sue riconosciute qualità di combattente, ma anche, se non soprattutto, per il fatto che agli occhi di una parte non irrilevante dell’opinione pubblica la condizione del reietto, dell’uomo politico più vituperato di tanti altri finisce con il renderne più efficace il messaggio.

Invece, sia in Italia che all’estero, si sta commettendo l’errore di sempre, attaccando a testa basta un personaggio che ha costantemente dimostrato capacità di resistenza non comune, per giunta infarcendo la polemica contro di lui di motivazioni quanto meno discutibili.

Qualche esempio non guasta.

Quando Silvio Berlusconi dice che non intende mettere in discussione il progetto di unificazione europea, bensì una certa idea di Europa germanocentrica  che si è andata affermando negli ultimi anni, non può essere accusato di eresia ed addditato al pubblico ludibrio. Sostiene, anzi, una tesi largamente condivisibile e, soprattutto, sa d’interpretare il pensiero di quei sei italiani su dieci ( erano quattro su dieci, appena tre anni fa ) che nei confronti dell’Europa e di coloro che attualmente la guidano non nutrono alcuna fiducia.

Allorché egli dichiara che, se lo spread, dal luglio scorso, è calato di 200 punti rispetto alle quotazioni di un anno fa, ciò è da far risalire al forte impegno del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, più che all’azione politica del governo in carica, non dice cosa tanto lontana dalla realtà. Semmai è da contestargli il fatto che lo dica soltanto ora o. poco generosamente, taccia sugli indubbi meriti che l’esecutivo guidato da Mario Monti ha avuto nella difficile opera di risanamento della finanza pubblica.

Allorquando l’ex presidente del Consiglio, per giustificare il venir meno della piena fiducia accordata per oltre un anno allo stesso governo tecnico, mette in evidenza tutti i negativi fondamentali della situazione economica italiana, non fornisce dati falsi o manipolati, ma enfatizza, semmai, responsabilità che non sono soltanto di chi si è insediato dopo di lui a palazzo Chigi.

Ma, quando gli avversari dell’uomo di Arcore superano se stessi e finiscono con il lavorare - come un tempo usava dirsi - per il re di Prussia, è proprio allorché egli viene accusato di aver provocato la fine del governo Monti ed additato, pertanto, all’esecrazione degli italiani.

Purtroppo, l’ appeal dell’esecutivo presieduto dal sen. Monti si era andato, col trascorrere del tempo, fortemente ridimensionando, rasentando appena il 40% dei consensi, e, ben che andasse, le elezioni si sarebbero dovute tenere appena qualche settimana più tardi.

Attribuire a Silvio Berlusconi, con toni pesantemente polemici, la responsabilità (unica) di averne provocato la caduta, come non ha mancato di fare subito Pier Ferdinando Casini,  significa evidenziarne ancor più la presenza al centro della scena politica e consentirgli di guadagnare consensi che non avrebbe diversamente meritato.

Per concludere, lo si combatta con argomenti più solidi, se non si vuole che egli ricominci a coltivare come possibile il progetto di tornare a occupare i locali di palazzo Chigi.           

Se in tanti anni non avessimo capito di che pasta  è fatto un personaggio politico così anomalo qual è Silvio Berlusconi, stenteremmo oggi a comprendere come, dopo aver dichiarato e ribadito più volte di voler lasciare in mani diverse e più giovani la guida del partito da lui fondato e, di conseguenza, la responsabilità della candidatura alla premiership nel governo del Paese, egli abbia innestato la retromarcia ed annunciato clamorosamente la sua ennesima “discesa in campo”.

Ha detto di farlo “con disperazione” perché mosso dalla voglia di salvare l’Italia che, dopo oltre un anno dalla sua uscita di scena, è precipitata in una spirale depressiva senza precedenti e destinata ad aggravarsi. Ed, ancor più, per scongiurare il pericolo dell’avvento di un governo di sinistra in cui gli eredi del comunismo avrebbero partita facile nell’imporre le loro scelte ideologiche.

I più maligni hanno subito osservato che la disperazione di Berlusconi non è per le sorti dell’Italia, bensì per quelle personali, minacciate soprattutto dagli esiti non lontani dei procedimenti giudiziari che lo riguardano.

Motivazione a parte, si tratta di una decisione destinata a rimettere in movimento lo scenario politico italiano.

Grazie al tempestivo intervento del capo dello Stato, il partito berlusconiano del Popolo della libertà - che il segretario nazionale Angelino Alfano avrebbe voluto rigenerare e, anche attraverso il rito purificatore delle “primarie”, far entrare in un’autentica dimensione democratica - sembra aver messo da parte, nelle ultime ore, le pulsioni che avrebbero potuto indurlo, su input del suo fondatore, ad una traumatica dissociazione dalla maggioranza parlamentare che ha finora sostenuto il governo Monti, assicurando, anzi, di voler impegnarsi per un’ordinata chiusura della legislatura, con l’approvazione, in primo luogo, della “legge di stabilità” entro il termine prescritto.   

Se apparentemente c’è dell’incoerenza nel comportamento dell’ex presidente del Consiglio che, dopo aver mai fatto mancare il suo appoggio a tante decisioni adottate dall’esecutivo tecncico, alcune delle quali, peraltro, apparse come naturale seguito di impegni assunti proprio dal governo Berlusconi, mentre oggi proprio lui le contesta, c’è sicuramente del calcolo nelle sue parole degli ultimi giorni e, c’è da prevedere, soprattutto nei toni e nei contenuti della campagna elettorale che si accinge a condurre.

Silvio Berlusconi sa bene che l’indice di gradimento dell’esecutivo tecnico è andato progressivamente riducendosi, che alcune misure fiscali ( come quelle in materia d’imposta sulla casa ) sono davvero impopolari, che i tassi di disoccupazione tendono  a peggiorare. Soprattutto sa bene che l’indice di popolarità delle istituzioni europee e della Germania di Angela Merkel, in particolare, sono ai minimi storici nel nostro Paese.

Non soltanto questi ma questi fra i primi saranno i temi che gli offriranno motivi per una campagna elettorale aggressiva e spregiudicata quant’altra mai.

E’ possibile che gli riesca il progetto di portare il suo attuale partito, o quello che ne prenderà il posto, a livelli di seguito elettorale ben più consistenti delle attuali stime demoscopiche.

E’ estremamente difficile, tuttavia, che egli possa tornare da vincitore nelle stanze di palazzo Chigi. E, quel che è più grave, la storia gli rimproverà di aver impedito, con la sua improvvida decisione, l’evoluzione del movimento da lui fondato verso traguardi più consoni ai livelli di una moderna, autentica democrazia.      

Con la pronuncia di martedì 4 dicembre la Corte costituzionale ha posto un punto fermo su una delicata questione - il conflitto di attribuzioni fra il presidente della Repubblica e la procura della Repubblica di Palermo, insorto a seguito delle intercettazioni ( indirette ) di alcune telefonate intercorse fra lo stesso capo dello Stato e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino - che nei mesi scorsi aveva fortemente animato il dibattito pubblico nel nostro Paese.

Com’è noto, nel sollevare il conflitto avanti alla Consulta, il presidente Napolitano aveva lamentato la mancata, immediata distruzione delle registrazioni, eccependo che, a seguito della omessa assunzione di iniziative idonee a garantire tale risultato, era scaturita una grave lesione delle prerogative attribuitegli dalla Costituzione ( art. 90 ) e dalle relative leggi attuative.

La procura della Repubblica palermitana si era difesa, sostenendo che le intercettazioni erano state soltanto indirette e casuali, che il loro stesso contenuto era stato giudicato irrilevante anche ai fini dell’inchiesta che avrebbe riguardato il sen. Mancino, indagato per falsa testimonianza in merito ai fatti riconducibili ad una sospetta trattativa Stato-mafia negli anni 1992-1994, che, in ogni caso, proprio i magistrati responsabili di quell’inchiesta si erano fatti carico di preservare la massima riservatezza del contenuto delle intercettazioni.

Le argomentazioni addotte dalla difesa della procura della Repubblica palermitana non sono state ritenute idonee a giustificare la linea di condotta da essa tenuta nella specifica circostanza, con lo scontato richiamo all’art. 90 della Carta, che sottrae la figura del presidente della Repubblica a qualsivoglia tipo di sindacato da parte dell’Autorità giudiziaria ordinaria, e con l’altrettanto ovvia eccezione che il contenuto delle registrazioni non doveva essere sottoposto ad alcun esame valutativo da parte della stessa e che, anzi, ne doveva essere immediatamente investito il giudice per le indagini preliminari perché ne disponesse l’altrettanto immediata distruzione.

Naturalmente, per un più completo giudizio sulla storica sentenza della Corte è opportuno, come sempre, attenderne la motivazione ma, credo, si trovi già pericolosamente fuori strada chi voglia sostenere che si è trattato di una decisione che, per motivi politici, non poteva non essere articolata nei termini sommariamente esposti.

Per convincersene basti ricordare che la decisione sarebbe stata assunta all’unanimità, stando a quanto riferito da autorevoli fonti, ed, ancor più, il fatto che - contrariamente a quanto sostenuto dai tardi epigoni del peggiore giacobinismo - il principio di uguaglianza conclamato dalla Carta del 1948 ( art. 3 ) è inapplicabile nei confronti della figura del capo dello Stato, le cui straordinarie prerogative e guarentigie sono  funzionali all’esercizio dell’alto magistero che egli è chiamato ad esercitare.  

Il presidente del Consiglio Mario Monti ama sottolineare i buoni risultati che la sua azione di governo starebbe garantendo agli italiani.

Anche se quello da lui presieduto è un esecutivo tecnico e non avrebbe bisogno di una ricaduta propagandistica dalle iniziative assunte e dai provvedimenti adottati, è giusto e, soprattutto, comprensibile che anch’esso ami stimolare il consenso dei cittadini, ancor più necessario quando l’indice di gradimento espresso dagli stessi sembra aver imboccato, per svariati motivi, il tratto discendente della sua parabola.

Se è giusto, quindi, che ciò avvenga, è opportuno che sia comunque evitata l’enfasi eccessiva che, anziché rafforzare il messaggio, tende ad indebolirne l’efficacia.

In più di un’occasione questo non è avvenuto e a subirne qualche danno è stata la credibilità del governo più di ogni altra cosa.

La storia potrebbe ripetersi con la nota vicenda dello spread.

Il presidente Monti è giustamente orgoglioso che il differenziale di rendimento fra i buoni del Tesoro a dieci anni e gli analoghi Bund tedeschi stia oscillando, in questi giorni, intorno a quota 300; e sarebbe la prima volta dal marzo scorso.

Anche se lo stesso premier, con un pizzico di malizia, ha aggiunto che per lui un punto di particolare significato sarebbe il livello dello spread a quota 287, “… esattamente la metà dei 574 punti, con i quali il nostro percorso è iniziato …”, è evidente come egli consideri il risultato già ottenuto un grande successo.

A prescindere dal fatto che non 287 ma quota 278 fu toccata proprio a marzo, quasi nove mesi fa, per poi innalzarsi a 537 punti nel luglio successivo, non va dimenticato che, appena pochi mesi prima che il governo tecnico si insediasse a palazzo Chigi, il famigerato spread si era costantemente tenuto ben al sotto dei 300 punti, in una scala di valori che, se non indicatori di uno stato di buona salute, si è propensi oggi a considerare di promettente convalescenza.

Né va trascurata la circostanza che il percorso di graduale discesa verso i valori attuali iniziò proprio a luglio, all’indomani dell’annuncio formulato dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, circa l’irreversibilità dell’euro e l’assicurazione che ogni misura sarebbe stata adottata per salvaguardarne l’esistenza.

Ma, a prescindere da tutto questo, Mario Monti è persona troppo avveduta per non sapere che sono anche altri gli indici rivelatori di uno stato di buona salute dell’economia di un paese, dalla tendenza di variazione all’aumento del prodotto interno lordo all’abbattimento dell’indice di disoccupazione, dal contenimento del debito pubblico al livello dei consumi.

E da tali punti di vista il nostro Paese è tuttora in una condizione di profonda crisi, mentre gli attesi, positivi segnali d’inversione di tendenza sembrano ancora ben lontani dal manifestarsi.  

Si susseguono in questi giorni i commenti degli analisti sulle cause e i possibili sbocchi della grave crisi che ha investito, da almeno un anno a questa parte, quello che alle elezioni politiche del 2008, con oltre il 38% dei voti validi conseguiti, si era affermato come il primo partito italiano.

E’ vero che con la scissione dei seguaci di Gianfranco Fini, nell’autunno del 2010, il Popolo della libertà aveva visto fortemente intaccato il suo notevole margine di maggioranza, ma, grazie anche all’insperato e non sempre disinteressato sostegno di alcuni parlamentari eletti in altre liste, il governo Berlusconi era riuscito a sopravvivere ancora per un anno. Così come, se è incontestabile che la sua immagine si era andata progressivamente appannando, soprattutto a causa dei numerosi scandali che avevano investito esponenti di primo piano del maggior partito di maggioranza e la stessa figura del premier, non è men vero che in Parlamento esso era riuscito a superare molte prove difficili e probabilmente avrebbe portato a termine la legislatura se nell’estate del 2011 non fosse esplosa la crisi finanziaria che nel progressivo, vertiginoso aumento dello spread avrebbe visto il segnale di allarme più preoccupante.

Presa quindi la decisione di passare la mano  per evitare guai peggiori, quello che restava il partito di maggioranza relativa avrebbe dovuto fare le uniche due cose che era logico e naturale facesse.

Da un lato, garantire al governo tecnico presieduto da Mario Monti il suo sostegno perché fossero impostate e portate a termine le riforme di cui il Paese aveva ed ha bisogno. Dall’altro, ristrutturarsi radicalmente per prepararsi ad affrontare la non lontana scadenza elettorale, quanto meno, in condizione di non abissale inferiorità rispetto al Partito democratico, dato da tutti i sondaggisti come sicuro vincente.

Sotto la guida equilibrata di Angelino Alfano, la prima cosa, bene o male, esso è riuscito a fare. Se è mancato, certamente, l’auspicato tornaconto che avrebbe dovuto ripagarlo dell’impegno espresso, visto che la crisi, da finanziaria che era, ha assunto sempre più l’aspetto di una generale crisi economica, la più devastante dal secondo dopoguerra, è circostanza questa che riguarda tutti i soggetti della “strana maggioranza” e, prima di tutti, il Governo che tanti sforzi ed energie ha espresso in questa direzione.

Laddove il partito del Popolo della libertà è miseramente fallito è proprio sul piano della sua radicale ristrutturazione, fino a ripiegare su posizioni che, se persistenti, non possono non essere anticipatrici di un irreversibile declino.

Anche qui hanno giocato circostanze avverse ( i gravi scandali esplosi nel Lazio e in Lombardia hanno lasciato il segno, e quale segno!) ma, soprattutto, ha causato dirompenti effetti l’ondivaga condotta del suo fondatore, Silvio Berlusconi, dapprima disinteressato a proseguire la sua avventura politica, poi nuovamente convinto dell’essenzialità del suo diretto impegno, anche in vista della sfida elettorale di primavera, prima disposto a riconoscere il primato dei deliberati degli organi di partito, qualche giorno dopo riappropriandosi dei poteri di decisore ultimo. E così le primarie, che avrebbero potuto rappresentare, anche per il Popolo della libertà, un’ottima occasione per dare spazio al dibattito interno ed assicurare al candidato leader per la premiership un’ineguagliabile forza di legittimazione democratica sono destinate, come tutto lascia prevedere, a finire nel cestino delle occasioni mancate.

Per la sopravvivenza di un forte partito di centrodestra, condizione essenziale per la buona tenuta del nostro sistema democratico, c’è solo da augurarsi che nei giorni prossimi lo stesso Silvio Berlusconi faccia almeno ammenda di qualcuno dei troppi errori compiuti negli ultimi tempi, non mancando di esprimere, meglio se in posizione defilata, il suo saggio consiglio perché il suo partito, all’insegna dell’unità, ritrovi la voglia di combattere per riconquistare la fiducia degli italiani.     

Occorre riconoscerlo. Le primarie per la designazione del candidato del centro-sinistra alla guida del governo nazionale in occasione delle elezioni politiche della prossima primavera sono state una grande prova di democrazia.

Lo sono state perché sottrarre la scelta del candidato premier alle oligarchie di partito, sia pure legittimate dal voto congressuale, o, peggio ancora, alla libera determinazione di un solo leader più o meno carismatico è già di per sé un forte segnale di recupero del principio fondante di un’autentica democrazia.

Lo sono state ancor più perché l’estesa partecipazione da parte dei cittadini ( oltre 3.100.000 i votanti di domenica scorsa ) rappresenta la prova migliore dell’apprezzamento di una scelta non certo facile da prendere e della forte volontà di una consistente parte dell’elettorato di porsi al centro dell’intero processo democratico fin dalle fasi iniziali dell’intero suo svolgimento.

I risultati ufficiali ci hanno detto che hanno vinto perché classificatisi ai primi due posti e andranno al ballottaggio il prossimo 2 dicembre Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi, entrambi esponenti del Partito democratico, eppure tanto diversi fra loro non soltanto per l’età anagrafica ma soprattutto per la peculiarità della proposta politica di cui ciascuno è portatore.

Del primo è piaciuta ai suoi estimatori la solida cultura socialista, non disgiunta dalla concretezza che ne ha contraddistinto la passata esperienza amministrativa e ministeriale.

Del secondo è risultata particolarmente gradita l’accentuata discontinuità della proposta stessa rispetto al tradizionale messaggio proveniente da quella parte politica, anche se il desiderio dell’originalità a tutti i costi ha condotto il suo autore a caricare il discorso di toni anche irriverenti e, a tratti, francamente inaccettabili.

L’impegno di entrambi è ora tutto proiettato nella direzione di un incremento della loro base elettorale per vincere la battaglia decisiva del ballottaggio e tutto concorre a far ritenere favorito Pier Luigi Bersani, non soltanto perché i quasi trecentomila voti di differenza del primo turno non rappresentano un divario modesto da superare.

Pur tuttavia, per lui l’impegno più difficile verrebbe dopo perché, se è vero che l’alleanza con Nichi Vendola è destinata a durare anche dopo le prossime elezioni politiche, resta il problema del come ampliare l’area della futura maggioranza di governo, visto che sarà estremamente difficile possa essere sufficiente il solo pacchetto di voti, con relativi seggi parlantari, che il leader pugliese dovrebbe portargli in dote.

Nonostante queste incognite che ineriscono comunque ad una fase politica successiva, le primarie del centro-sinistra - come già detto - restano una grande prova di democrazia e sarebbe un gran bene che analoga esperienza sia portata a termine sul fronte contrapposto del centrodestra.

Prima di ogni altro avrebbe da guadagnarne in prospettiva futura il sistema democratico del nostro Paese.   

A Bruxelles la seconda ed ultima giornata dell’incontro al vertice fra i capi di Stato e di governo per la messa a punto del bilancio pluriennale ( 2014-2020 ) dell’Unione è finita come, sin dalla vigilia, tutto lasciava prevedere non potesse non finire. Con un rinvio della decisione finale all’inizio dell’anno prossimo, che, in effetti, maschera a mala pena l’incapacità dei rappresentanti dei 27 paesi che ne fanno parte di trovare una soluzione di compromesso sull’individuazione dei criteri di finanziamento del bilancio stesso e della conseguente erogazione delle risorse disponibili. Incapacità che, al momento, appare veramente preoccupante tanto differenziati e fra loro contrastanti sono, nell’attuale momento storico, gli interessi nazionali dei quali essi sono portatori, ma anche tanto diverse sono le rispettive visioni di prospettiva riguardo al ruolo che l’Unione europea dovrebbe essere chiamata a svolgere negli anni futuri. 

La linea di frattura - che un tempo appariva più diversificata e rappresentativa, più che altro, di una naturale distinzione correlata soprattutto alla data d’ingresso nell’ambito comunitario, quindi ad una maggiore o minore capacità di accettare le norme regolatrici del progetto comunitario - si è ora fatta più netta ed evidente, vedendo, da un lato, paesi, come la Gran Bretagna e la Germania, con il tradizionale sèguito dei paesi scandinavi, che credono di difendere meglio gli interessi delle loro comunità nazionali, chiudendosi a riccio in una politica che si vorrebbe meno disponibile ad erogare preziose risorse finanziarie da utilizzare per l’attuazione dei costosi programmi comunitari, dall’altro paesi, come la Spagna, il Portogallo, la Grecia e i paesi dell’Est, che, fruitori principali di quelle risorse, vorrebbero  che esse fossero addirittura incrementate. E in posizione mediana la Francia e l’Italia, che, risultando pure comprese nel gruppo degli stati che al bilancio comunitario più danno di quanto ricevano, hanno manifestato il chiaro intento di volersi opporre ad un sensibile ridimensionamento delle poste attive da cui continuare ad attingere preziose risorse per gli interventi finalizzati soprattutto al sostegno del settore agricolo nonché allo sviluppo delle politiche di coesione territoriale.

Per semplificare il concetto, si potrebbe dire che quello andato in scena a Bruxelles è il classico conflitto fra chi più ha e chi ha meno, con qualche variante nell’ambito di ciascuna categoria. Conflitto che, traendo origine sempre dalle preoccupazioni e dalle tensioni insorte all’indomani dell’aggravarsi della crisi economica che infuria nel Vecchio continente più che altrove, da almeno due anni a questa parte,  già si è manifestato in tutta la sua distruttiva virulenza in seno al più ristretto numero dei paesi  facenti parte dell’Eurozona.

D’altra parte, soltanto questa può essere la chiave di lettura del singolare comportamento tenuto a Bruxelles dalla cancelliera Angela Merkel che, fra tutti gli altri partner europei, è stata quella che ha manifestato la maggiore disponibilità ad accogliere la richiesta avanzata dal premier britannico David Cameron, di drastica riduzione del bilancio comunitario, richiesta ancor meno giustificata perché proveniente da un paese che non è, di certo, fra i più penalizzati in termini di contribuzione e, soprattutto, non da oggi manifesta tiepida simpatia per lo sviluppo del progetto comunitario.

Al contrario, il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, nel confermare la capacità di saper svolgere quel ruolo di mediazione di cui oggi più che mai è avvertita la necessità, ha avuto modo di dare spazio al suo inossidabile ottimismo per il futuro dell’Unione.

Poiché è noto come l’Italia abbia anche qualcosa da chiedere, visto che in passato non sarebbe stata oggetto di equa attenzione, secondo quanto riferito dallo stesso sen. Monti, c’è da augurarsi che molto presto egli riesca nel tentativo di riequilibrarne il trattamento, non bastando, ovviamente, la sola assicurazione che questo sarebbe già avvenuto.  

 

Che   l’idea   europea   non   goda   di   buona   salute   è   un   fatto   noto    da  tempo   e   sempre   più   preoccupante.

Se ne erano colte le prime avvisaglie alcuni anni fa, allorquando il progetto di costituzione unica era miseramente naufragato sotto i colpi di maglio dei due referendum che in Francia e nei Paesi Bassi avevano bocciato quell’ambiziosa proposta che pure tanto interesse aveva suscitato nei mesi precedenti.

Se ne ebbe conferma subito dopo, allorché, realizzato pienamente il progetto di allargamento verso i paesi dell’Est, emersero i primi contrasti e si delinearono le differenti visioni non soltanto su come dovesse strutturarsi l’Unione degli anni avvenire, di quale sistema di governance essa dovesse dotarsi, ma anche sul livello dell’impegno solidaristico che i paesi più sviluppati avrebbero dovuto esprimere nei confronti di quelli meno prosperi.

Non che contrasti del genere non si  fossero manifestati negli anni precedenti, ma, com’è evidente, una cosa era dividere la torta fra sei, anche nove stati, altra cosa era, invece, doverlo fare fra ventisette.

D’altra parte, che il principio solidaristico si prestasse a tante distinte interpretazioni era emerso chiaramente già all’epoca in cui il primo ministro inglese Margaret Thatcher intimava agli altri leader europei la restituzione dei soldi elargiti dai cittadini britannici, ottenendo da Bruxelles un congruo sconto sull’entità della quota di partecipazione del suo paese.

Tutta presa dallo sforzo di fare uscire le sue regioni orientali dalla condizione di ritardato sviluppo, dopo la caduta del Muro di Berlino, la Germania riunificata impiegava nella realizzazione di tale ambizioso progetto ingenti risorse finanziarie, dando prova, ancora una volta, dell’efficienza dei suoi apparati pubblici e privati, ma sapendo anche di poter contare sul generoso concorso nella spesa dei suoi partner europei, concorso che non mancò e risultò determinante per la buona riuscita del  progetto stesso.

Le cose si complicarono, e di molto, quando i venti della crisi finanziaria, sprigionatisi in America, arrivarono in Europa, costringendo molti paesi, soprattutto i più grandi ( dalla Germania alla Gran Bretagna ) ad attuare precipitose operazioni di salvataggio dei loro sistemi bancari.

Esplodeva, quasi contemporaneamente, il caso greco che l’Europa, chiamata a fronteggiarlo con il Fondo monetario internazionale, mostrava presto di essere inadeguata a risolvere, non soltanto per l’entità del dissesto dei conti pubblici del paese ellenico, ma anche, se non soprattutto, per l’incerta condotta tenuta da coloro che avrebbero dovuto provvedervi, da ben tre anni a questa parte.

Il rischio del facile contagio, che già si era manifestato in precedenza, investendo altri piccoli paesi dell’Unione ( Irlanda, Portogallo ), divenne concreto ed incombente allorquando la speculazione finanziaria internazionale, nell’assenza di freni e di regole, mosse all’attacco di paesi ben più grandi, come l’Italia e la Spagna, facendo leva sui rispettivi punti deboli ( alto debito in un caso, fragilità del sistema bancario nell’altro ).  

In Europra la Germania, che si è arrogata il diriritto di dettare i ritmi dell’azione di risanamento delle finanze pubbliche dei paesi in difficoltà,  ha finora intravisto nei dettami di una politica ultrarigorista la medicina necessaria per uscire dalla crisi che ha investito, ove più, ove meno,  l’intero sistema economico, diventando, ogni giorno di più, devastante e pericolosa, soprattutto sotto il profilo sociale.

Come se non bastasse, la stessa Unione europea non manca di manifestare tutta la sua intrinseca debolezza proprio nei giorni in cui, chiamata a dotarsi del nuovo bilancio pluriennale, emergono nel suo seno contrasti profondi, divisioni inimmaginabili fino a qualche tempo fa, incomprensioni tanto marcate da far dubitare che i suoi membri abbiano ancora la stessa idea di un destino comune.

Se tale è lo stato dell’arte, c’è da chiedersi se a preoccupare debba essere soltanto il futuro dell’Italia, all’indomani delle elezioni politiche della prossima primavera, come sembra si ritenga in molte cancellerie europee, e non anche, per noi italiani, il futuro di questa Europa, negli anni avvenire. 

Nei giorni scorsi, forse per la prima volta da quando è in carica, il governo Monti ha corso il serio rischio di finire in minoranza nelle aule parlamentari.

Per l’Italia sarebbe stato davvero un guaio, non essendo stata ancora approvata la “legge di stabilità” ( ex “finanziaria” ) di cui è avvertita più che mai la necessità in un periodo caratterizzato dall’estrema debolezza della situazione economica del Paese ed, inoltre, non apparendo assolutamente opportuno, in vista degli importanti vertici internazionali dei mesi prossimi, che esso potesse offrire l’immagine di un sistema politico ricaduto nel vortice di vere e proprie convulsioni istituzionali.

Ad innescare le forti turbolenze dei giorni scorsi è stato l’annuncio espresso dal Viminale che le elezioni regionali nel Lazio, ma anche in Lombardia e nel Molise, si sarebbero svolte il 10 e l’11 febbraio, quindi meno di due mesi prima delle elezioni politiche per fine legislatura.

Ad indurre il ministro Cancellieri ad assumere tale decisione, secondo quanto riferito da molti osservatori, sarebbe stata una pronuncia del TAR Lazio che ha ritenuto non più rinviabile l’appuntamento elettorale per il rinnovo dei vertici di quella Regione.

Sta di fatto che la decisione in questione, se, da un lato, ha incontrato l’entusiastica approvazione del Partito democratico, desideroso di trarre il massimo vantaggio al momento del voto per il rinnovo del Parlamento dal prevedibile, largo successo che dovrebbe arridere alle sue liste per le elezioni regionali, dall’altro, ha provocato la dura reazione del Popolo della libertà, partito che, fortemente indebolito, teme che la probabile sua sconfitta in occasione di queste ultime possa fare da traino per una ancòra più pesante disfatta al momento del decisivo voto di primavera.

Naturalmente, la contrarietà al voto disgiunto non è stata motivata in questi termini, bensì con l’argomentazione che, concentrando le due elezioni in una sola tornata, si sarebbe risparmiata la somma di 100 milioni di euro, che il ministero dell’Interno si è affrettato a ridimensionare in 50 milioni, cifra che in questi tempi di magra è tutt’altro che irrilevante.

Sulla posizione di Angelino Alfano, segretario nazionale del Popolo della libertà, si sono presto schierati tutti gli altri partiti, compresi, inaspettatamente, l’Italia dei valori e la Lega Nord.

Considerato che dietro gli opposti punti di vista ( da un lato, del Partito democratico, dall’altro, del fronte favorevole all’election day ) si agitavano ben evidenti ma comprensibili interessi di parte e con essi, se non sempre, qualche volta bisogna pure fare i conti, c’è da chiedersi se da parte governativa non sia stato commesso qualche errore di valutazione.

Se ne è reso conto lo stesso presidente del Consiglio che, incoraggiato da una decisione del Consiglio di Stato, di segno opposto alla pronuncia del Tar, si è molto adoperato, negli ultimi giorni, per trovare una soluzione di compromesso che consentisse a tutti di uscire senza molti danni dal ginepraio nel quale ci si era cacciati.

Di fronte all’esplicita minaccia di togliere la fiducia al Governo, subito dopo l’approvazione della “legge di stabilità”, espressa dal segretario del Pdl, Mario Monti è apparso più determinato del solito nel prospettare allo stesso presidente della Repubblica  la necessità di un’intesa e l’opportunità di un incontro al Quirinale, allargato ai presidenti del Senato e della Camera dei deputati, nel corso del quale mettere a punto una sorta di road map  delle prossime scadenze elettorali, basata sulla possibile loro concentrazione in un’unica tornata, ipotizzata per metà marzo.

Per renderne possibile l’attuazione il capo dello Stato avrebbe manifestato la sua disponilità ad anticipare di un mese lo scioglimento delle Camere, ponendo come unica condizione l’approvazione entro i termini stabiliti della “legge di stabilità”, mentre in merito alla riforma del sistema elettorale egli si è limitato, questa volta, ad esprimere un mero auspicio di tempestiva approvazione.

Il pericolo di una rovinosa crisi di governo sembra, al momento, scongiurata ma non pare superfluo l’augurio che nelle prossime settimane siano evitate altre occasioni di rischio, sempre difficili da fronteggiare, stante l’estrema fragilità del quadro politico nel quale l’Esecutivo è costretto a muoversi.    

Il governo Monti è impegnato da mesi nell’adozione di iniziative mirate al contenimento della spesa pubblica, meglio note come spending review.

Anche se le linee ispiratici di tale azione riformatrice non hanno trovato sempre un coerente seguito in concreti provvedimenti ( si pensi all’agenda Giavazzi, relativa alla revisione generale dei finanziamenti concessi al sistema delle imprese, di cui si sono perdute le tracce ), un visibile filo logico aveva finora caratterizzato le iniziative assunte per ridisegnare, dapprima, la geografia giudiziaria, con la soppressione degli uffici giudiziari minori, successivamente la geografia amministrativa, con la riduzione del numero delle province nelle regioni a statuto ordinario da 86 a 51, con la prevedibile, analoga riduzione del numero degli uffici statali insediati sul territorio.

Pur se non poche riserve andrebbero espresse riguardo ai criteri seguiti, quello che ha positivamente impressionato è stata la determinazione con la quale il Governo tecnico e, in particolare, il presidente del Consiglio hanno perseguito l’obiettivo prefissato, superando ostacoli e difficoltà di ogni genere, soprattutto facendo muro contro le prevedibili resistenze localistiche, anche perché non è mai venuta meno la convinzione di poter utilizzare percorsi procedurali, normalmente preclusi a un Governo politico ( si ricordi, ad esempio, che ben quaranta volte, in un anno, è stata posta ed ottenuta la fiducia nelle aule parlamentari ). 

Proprio perché il governo Monti ha mostrato di privilegiare il criterio del rigore, ha destato stupore il fatto che esso abbia mostrato la sua piena disponibilità a venire generosamente in soccorso di alcuni importanti Comuni ( da Napoli a Catania, da Messina ad Alessandria, a Parma ),  travolti da un’esposizione debitoria che ha dell’incredibile. Per il capoluogo campano - stando a quanto riferito da importanti quotidiani nazionali - sarebbe necessario fronteggiare  un buco di almeno 850 milioni di euro mentre per la città etnea, già salvata, qualche anno fa, grazie ad una copiosa sovvenzione erogatale dal governo nazionale, la situazione è tanto grave da non aver consentito il pagamento degli stipendi di ottobre.

Naturalmente, l’insperato sostegno non è venuto soltanto, né per primo, dal Governo, essendosi, in precedenza, attivata una potente lobby che, nel corso della discussione nelle aule parlamentari  della “legge di stabilità”, è riuscita a far passare un emendamento grazie al quale alcune centinaia di milioni ( di euro ) andranno ad alimentare un fondo speciale, destinato a garantire il salvataggio degli enti locali che hanno bilanci in profondo rosso.

A questo punto una domanda è d’obbligo.

Negli ultim anni, un giorno sì e l’altro pure, si è parlato di federalismo ed uno dei pochi punti su cui la maggioranza di centrodestra e l’opposizione si sono trovati d’accordo è stato quello relativo alla previsione di misure sanzionatorie nei confronti degli organi di governo e di amministrazione degli enti dissestati.

Poiché nel caso dei Comuni sopraindicati la situazione di crisi è presumibilmente da far risalire soprattutto a responsabilità del passato, è superfluo fare chiarezza e fugare ogni dubbio, prima d’intervenire con l’annunciato soccorso finanziario? Ed ancora, per limitarci al caso di Catania, è giustificabile che s’intervenga per ben due volte, nel giro di pochi anni?

Una risposta è quanto meno opportuna, anche perché i cittadini hanno necessità di capire se il rigore deve essere fatto valere in talune situazioni e trascurato, invece, in altri casi.

 

Per un giorno ho provato un po’ d’invidia per gli americani. Per gli americani dell’uno e dell’altro fronte - il democratico e il repubblicano - coinvolti nella sfida all’ultimo voto fra Barack Obama e Mitt Romney per la conquista della Casa Bianca e, una volta conosciuto l’esito dello scrutinio,  comprensibilmente animati da opposti sentimenti, di gioia irrefrenabile i primi per una vittoria più netta del previsto, di profonda delusione i secondi per la sconfitta del loro beniamino.

Divisi, certamente, sul piano emotivo, ma accomunati dall’orgoglio di essere cittadini di una grande democrazia che induce ciascuno, una volta conosciuto il nome del vincitore, a salutarlo come il presidente di tutti gli americani, qualunque sia stata  la preferenza espressa nell’urna. 

Ho provato un po’ d’invidia per quel sistema elettorale, ormai vecchio di qualche secolo, certamente un po’ barocco, ma ancora così vitale e valido da consentire quasi sempre,  poco dopo la chiusura delle operazioni di voto, di conoscere il nome del nuovo presidente. E con il nome di colui che assumerà la guida del Governo federale, attraverso il rinnovo della Camera dei rappresentanti e di  un terzo del Senato, entro quali margini egli potrà dispiegare la sua attività.

Devo confessarlo. Molto meno mi è piaciuto da sempre il lungo procedimento preelettorale, quel lento vagare nei cinquanta stati della Confederazione dei candidati alle primarie, quell’atmosfera da circo che inevitabilmente finisce con il crearsi intorno a loro, quella contesa così esasperata nei toni, che induce ogni aspirante candidato a rimarcare le differenze più che le affinità con i concorrenti del suo stesso partito.

Anche questa volta non si era fatta eccezione, così come - in vista della sfida decisiva - non avevano fatto eccezione Barack Obama e Mitt Romney e, naturalmente, più di loro i rispettivi staff, con accuse reciproche d’inadeguatezza dei rispettivi programmi, quando non addirittura più gravi, perché coinvolgenti la sfera strettamente personale.

Ed ancora meno mi aveva convinto quello scandaloso dispendio di risorse finanziarie, impiegate per la messa a punto e l’attivazione efficace della complessa macchina elettorale, calcolate, questa volta, per  la cifra record di oltre sei miliardi di dollari.

Ma al netto di queste cose, pure in sé importanti, resta all’attivo il coinvolgente fascino di una competizione che ha consentito allo sconfitto,  un’ora dopo aver saputo della vittoria del rivale, di rivolgergli gli auguri di rito, non mancando di assicurare che avrebbe pregato per il successo della sua missione, e al vincitore di parlare a tutti i concittadini americani con toni ispirati, come raramente è capitato di ascoltare, in passato, nei paesi della vecchia Europa.

Per tutti i partiti italiani c’è più di un motivo per comprendere che non basta organizzare “primarie” più o meno partecipate per sostenere di essere autentici interpreti del senso profondo di una moderna e vitale democrazia.     

L’esito incertissimo delle elezioni presidenziali americane richiama alla memoria l’analoga sfida che, dodici anni fa, contrappose il democratico Al Gore al repubblicano George W. Bush e si concluse, per una manciata di voti, con la vittoria di quest’ultimo.

Furono allora necessari conteggi e riconteggi di voti nello Stato della Florida e, poiché il responso tardava ad arrivare, fu la Corte suprema a dichiarare chiuso lo scrutinio, per evitare, soprattutto, che la situazione d’incertezza, se persistente, potesse gettare l’ombra del dubbio sul sistema democratico degli Stati Uniti.

Naturalmente, c’è da augurarsi che, questa volta, la storia non si ripeta e che la vittoria dell’uno o dell’altro candidato possa essere annunciata al più presto, sia chiara ed indiscutibile, ancorché conquistata sul filo di lana.

Nonostante questo punto di forte analogia, lo scenario politico ed il quadro economico, non soltanto negli Stati Uniti, sono oggi profondamente diversi.

L’America di allora, uscita vincitrice dalla sfida con l’Unione Sovietica e divenuta potenza egemone nel mondo, sotto la presidenza di Bill Clinton, aveva conosciuto un periodo di grande sviluppo, traendo il massimo vantaggio dalla cosiddetta globalizzazione dell’economia, accreditata quasi come una religione laica.

Il presidente democratico ne approfittò per conseguire, più volte, il risultato del pareggio di bilancio, mentre sul piano più strettamente politico e militare sembrava che un’era di pace potesse profilarsi all’orizzonte benché alcuni gravi attentati di matrice islamica fossero stati portati a termine contro ambasciate ed altri obiettivi americani in Asia e in Africa. 

L’allarme divenne rosso quando, meno di un anno dopo, l’11 settembre 2001, con gli attentati eseguiti dall’organizzazione terroristica facente capo a Osama Bin Laden  l’America  avrebbe scoperto di essere indifesa sul suo stesso suolo e con George W. Bush, di lì a poco, si sarebbe  avviata  sulla   rischiosa  strada dell’intervento militare, prima in Afghanistan, poi in Iraq. 

Sia nell’uno che nell’altro caso i risultati - che pure non sono mancati - si sono rivelati inferiori alle attese, ove appena si consideri che l’intento originario e mai dismesso era quello di esportare la democrazia nei due paesi asiatici.

Nel campo economico - ove si trascurino i vantaggi derivatine per l’industria militare - i due interventi si sono tradotti in squilibri fortissimi nella tenuta dei conti pubblici americani, sommandosi agli altri nefasti effetti, indotti dalla grave crisi bancaria e finanziaria esplosa nel biennio 2007-2008 e ben presto allargatasi al resto del mondo.

Barack Obama, che pure si è rivelato nel complesso un buon presidente, non è riuscito ad invertire il corso degli eventi e, proprio il fatto che il debito pubblico federale e il tasso di disoccupazione abbiano raggiunto livelli record, ha molto pesato negativamente sulle sue chanches di successo.

C’è da augurarsi che, se il risultato del voto dovesse alla fine premiarlo, il presidente Obama, liberatosi dai lacci e dai vincoli di una ulteriore sfida per la rielezione, riesca a concentrarsi sui problemi della finanza pubblica americana, considerato che per le dimensioni di quell’economia essi rappresentano una minaccia incombente per il resto del mondo.

Lo ha detto proprio quest’oggi il presidente del Consiglio italiano Mario Monti e ha fatto bene a puntualizzarlo.

Non è meno doveroso, però, che i Paesi europei e, in particolare, quelli dell’Eurozona affrontino con altrettanta decisione i problemi che loro competono, non confidando nel fatto che la loro soluzione dipenda soprattutto dalle scelte del futuro inquilino della Casa Bianca.  

 

 

 

 

Da sempre, per un attore comico, specialmente se al tramonto della carriera, il primo problema da affrontare è quello di continuare a divertire i suoi estimatori.

Per Beppe Grillo, tuffatosi da tempo nell’arena della politica ove, grazie anche all’insipienza di chi avrebbe dovuto contrastarlo, ha raccolto finora alcuni significativi successi, il problema è doppio.

Interessare e divertire non basta. Occorre pure sorprendere, meravigliare, spararle grosse, magari combinarne di cotte e di crude, un giorno sì e l’altro pure.

Travolto dalla voglia di stupire sempre più, nei giorni che hanno preceduto il voto regionale siciliano il comico genovese ha attraversato a nuoto lo stretto di Messina.

Però, pur essendo stato protagonista di un’impresa che ha dello straordinario, considerata la sua età non più verde, il nostro eroe si è reso conto che essa non avrebbe potuto garantirgli una buona rendita per il  futuro, né, se ripetuta in un altro contesto ambientale, potuto procurare  una messe di consensi pari a quella, ragguardevole, raccolta nell’isola, avendo, questa volta, l’esigenza di colpire l’immaginazione di tutti gli italiani che, mediamente, sono meno sensibili dei connazionali che vivono nell’isola al fascino delle gesta rodomontesche.

Galvanizzato dal fatto che il suo movimento è risultato essere il partito più votato in Sicilia, nei giorni successivi, Beppe Grillo non è rimasto fermo ed ha già iniziato a tessere la sua tela in vista delle elezioni politiche del 2013.

Innanzi tutto, ha diramato ai suoi seguaci dettagliate istruzioni sul modo di rapportarsi con gli organi d’informazione, non esitando ad utilizzare espressioni pruriginose per metterli in guardia dai pericoli rappresentati dalla frequentazione degli studi televisivi e, successivamente, per non fare torto a nessuno, ha rivolto raccomandazioni altrettanto perentorie  ai giornalisti sull’uso di un corretto ( a suo dire ) lessico politico nel riferire sulle gesta dei seguaci del Movimento 5 stelle, da lui fondato.

Da ultimo, ha avuto la brillante idea di proporre Antonio Di Pietro come futuro presidente della Repubblica, suscitando però l’indignata reazione del popolo della rete, nel cui ambito il comico genovese aveva raccolto, in passato, i consensi più estesi.   

La motivazione datane rasenta la soglia del ridicolo e mal cela, in effetti, l’intento del proponente di apparire prodigo di elogi nei confronti del designato solo perché mosso dal desiderio di mettere le mani sul non esiguo bacino di voti dell’Italia dei valori, partito attualmente in crisi, anche per gli scandali nei quali sono rimasti coinvolti alcuni suoi esponenti di primo piano.  

Affermare - come ha fatto Grillo - che l’ex pubblico ministero merita di essere eletto alla più alta magistratura della Repubblica perché in ” … un Parlamento di pigmei è l’unico che ha saputo tenere la schiena dritta …“, rivela l’esistenza di una preoccupante sottovalutazione del valore di alcune importanti qualità umane, come  l’equilibrio, la prudenza, la temperanza, che sono richieste a chiunque aspiri a quella carica e che il leader dell’ Idv, tante volte,  ha dimostrato di non avere in grande considerazione.      

Il dato più impressionante del recente voto siciliano per l’elezione del nuovo presidente e il rinnovo di quell’assemblea regionale è rappresentato, senza ombra di dubbio, dall’altissima percentuale degli astenuti, oltre il 50%.

Non era mai accaduto che per un’elezione così importante più di un elettore su due disertasse le urne, neppure quando i seggi erano rimasti aperti, come accaduto domenica scorsa, un solo giorno.

E’ un dato, quello dell’elevatissima astensione, che impressiona e sconcerta, né, da parte di chi volesse eventualmente minimizzarne il significato, esso può essere giustificato con il ridotto numero delle opzioni di voto offerte agli elettori, visto che ben dieci erano i candidati alla presidenza ed altrettanto nutrito era il numero dei partiti e dei movimenti politici presenti ai nastri di partenza per concorrere all’elezione dei nuovi componenti dell’assemblea.

Quale, quindi, la spiegazione di un’astensione così massiccia?

Certamente, la disistima, per non dire il disgusto, per un sistema politico che ha profondamente deluso le aspettative dei cittadini, esasperandone anzi l’animo con le cronache quotidiane dei casi di corruzione e di malversazione del pubblico denaro di cui, da troppo tempo, in Sicilia come altrove,  si sono resi responsabili esponenti in vista e meno noti un po’ di tutti i partiti.

Poiché, tuttavia, alle elezioni siciliane era presente a vele spiegate un movimento politico di fresca costituzione, quale 5 stelle di Beppe Grillo, uscito dalle urne come primo partito con un sonante 14,7%, ma che - tenuto conto della fortissima astensione dal voto - esprime pur sempre la preferenza di meno di un elettore su dieci, è da ritenere che la frustrazione dei siciliani sia tanto forte da non trovare sbocchi neppure nei programmi e nelle promesse di quelli che sono considerati volti nuovi e meno compromessi dell’intera classe politica.

Anzi, c’è più di un sospetto nel ritenere che la disistima degli elettori coinvolga addirittura gli stessi istituti della democrazia rappresentativa. E non ci sarebbe, d’altra parte, di che meravigliarsene, visto che, per citare il solo caso siciliano, quella Regione, nonostante il suo statuto speciale e l’elevato livello di autonomia di cui gode da più di sessant’anni, non è riuscita a risolvere uno solo dei secolari problemi  dei suoi cittadini e rischia oggi di affogare in un mare di debiti che, secondo stime recenti, vedono esposto l’ente per non meno di 7 miliardi di euro.

In un tale contesto è risultato eletto presidente, con la percentuale del 30,7% Rosario Crocetta, sostenuto da una coalizione che aveva nel  Partito democratico e nell’Unione di centro i suoi punti di forza. Poiché, tuttavia, in assemblea egli non avrebbe i voti necessari per raggiungere la maggioranza, dovrà procurarsi il sostegno di un altro gruppo consiliare in grado di di assicurargli almeno gli otto voti mancanti per l’approvazione dei provvedimenti nel plenum dei 90 componenenti dell’assemblea. Con la prospettiva, non remota, che a farlo sia proprio uno di quei gruppi della maggioranza sulla quale si era retta la precedente giunta Lombardo, rispetto alla quale i vincitori di oggi vorrebbero marcare una netta discontinuità.

Sul fronte contrapposto del centrodestra il Popolo della libertà ha fatto registrare una pesante sconfitta, vedendo più che dimezzati i voti conseguiti in occasione della precedente, analoga consultazione e pagando, quindi, a caro prezzo l’incapacità di superare i contrasti e le profonde divisioni verificatesi al suo interno fin dal momento della presentazione delle candidature.

Infine, nessuna rappresentanza in assemblea sono riusciti ad ottenere non soltanto Fli e Sel, ma anche l’Idv benché quest’ultimo, meno di un anno fa, con Leoluca Orlando fosse riuscito a conquistare addirittura il comune di Palermo.  

C’è da augurarsi che, in vista della ben più importante consultazione elettorale della primavera prossima, per il rinnovo del Parlamento nazionale, la riflessione dei partiti avvenga subito, risulti seria e si riveli risolutiva.  

Dovrà farlo, innanzi tutto, il partito più importante del centrodestra, quel Popolo della libertà che da troppo tempo appare sprofondato in una crisi gravissima, se non vuole avviarsi verso il tracollo definitivo.

Dovranno farlo anche il Partito democratico e l‘Unione di centro, bandendo i facili entusiasmi, nella consapevolezza che, più che essere gli indiscussi vincitori della consultazione elettorale appena conclusasi, essi sono soltanto i migliori perdenti.       

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